Sì, siamo tutti “Charlie Hebdo”. In queste ore la stampa francese è unita, solidale, come mai lo è stata: da destra a sinistra. Cadono le barriere ideologiche, cadono i distinguo, anche chi – ed erano tanti – non apprezzava l’ironia e lo stile del giornale satirico, in queste ore si schiera compatto a difesa di un valore ora più che mai sacro in un Paese democratico e libero: quello della libertà d’opinione. Sacro, ma purtroppo non più inviolabile. Le immagini che abbiamo visto tutti in queste ore ci ricordano le incursioni dei narcotrafficanti nei momenti più bui della storia di Paesi come la Colombia o il Messico o le spedizioni punitive delle squadre speciali sotto le dittature più efferate.

Nessuno, prima di ieri mattina, poteva immaginare che nel 2015 potessero essere filmate in una città europea come Parigi. Immagini che, purtroppo, rischiano di segnare una nuova epoca, come già accadde l’11 settembre. Già, perché da domani mattina le redazioni dei grandi giornali inizieranno a essere blindate e i giornalisti chiamati ad affrontare un tema delicato e cruciale come quello del fondamentalismo islamico oscilleranno tra due sentimenti inconcepibili alle nostre latitudini: la paura che spalanca la porta all’autocensura o il coraggio che rischia di portare alla morte.

E non è un’esagerazione. L’attentato non è stato compiuto da una manipolo di fanatici improvvisatisi vendicatori di Allah. Trattasi di un’azione militare in piena regola, per mano di professionisti ben informati sulle abitudini della redazione: sapevano che a quell’ora si teneva la riunione di redazione settimanale e che quello era l’unico momento per uccidere non solo il direttore delle testata ma tutti i suoi collaboratori. Sapevano che la redazione era “protetta” solo da due agenti. E l’efferatezza con cui hanno ammazzato il poliziotto ferito a terra, nonché le loro tecniche di incursione sono da professionisti del terrore.

Chi? Ancora non lo sappiamo con certezza, trattasi però di guerriglieri abituati a sparare e a uccidere, provenienti verosimilmente dall’Iraq o dalla Libia o dalla Siria, insanguinate dagli adepti del neocaliffato dell’Isis. In fondo il loro leader Al Baghdadi lo aveva promesso: porteremo la morte in Europa.

Il timore è che la vendetta per le vignette blasfeme sia un pretesto che nasconde ambizioni più ampie e terrificanti; un pretesto altamente mediatico e per questo scrupolosamente ricercato dai terroristi, che con la loro azione danneggiano innanzitutto proprio l’Islam. Da stamane l’islamofobia o solo la diffidenza nei confronti dei musulmani aumenteranno in maniera esponenziale, perché alimentate dallo choc, dall’orrore, dalla profondità devastante di un’emozione. Ieri le decapitazioni, oggi il massacro in redazione. Quanta gente in queste ore penserà: c’è bisogno d’altro per diffidare dell’Islam? A ben vedere è questo che vogliono gli autori e, soprattutto, i mandanti della strage: mettere occidentali contro islamici; combattere i primi, sottomettere i secondi, soprattutto se moderati.

La risposta dell’Occidente dovrà, pertanto, essere ferma. Non si può dialogare con i fondamentalisti islamici neosalafiti. Non ci può essere tolleranza nei loro confronti. Una risposta energica ma, attenzione, mirata e, per una volta, senza ambiguità. Fuor di metafora. A sostenere, finanziare e addestrare militarmente i gruppi paramilitari che infestano mezzo Medio Oriente sono stati esponenti di Paesi amici dell’Occidente come l’Arabia Saudita, gli Emirati Arabi, il Qatar e, troppo a lungo, persino la Turchia e gli Stati Uniti per ragioni che un tempo si chiamavano di “realpolitik”, volte a fomentare gruppi estremisti per far cadere un regime nemico, in questo caso la Siria.

Sono giochi di intelligence assai pericolosi e di cui l’opinione pubblica raramente è consapevole ma che, una volta avviati, sovente sfuggono di mano. Vedi Hamas in Palestina, vedi Bin Laden in Afghanistan, vedi i fanatici che hanno preso il posto di Gheddafi facendo sprofondare la Libia nell’orrore permanente della guerra civile, come avviene da oltre 10 anni in Iraq.

Oggi troppi Paesi arabi “amici” continuano ad alimentare le correnti più oltranziste dell’Islam integralista sunnita. La differenza è che la miscela di violenza e di fanatismo religioso non tocca più solo Paesi in fondo lontani. Le raffiche di mitra sono risuonate nel centro di Parigi, i morti sono “nostri” morti. E questo cambia tutto.

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