Conferenza sul giornalismoMario Cervi se n’è andato e con lui si chiude davvero un’epoca. Aveva 94 anni e il fisico non lo aiutava più, a dispetto di una mente rapidissima e straordinariamente giovanile. Fino all’ultimo ha risposto ogni giorno alle lettere dei lettori del suo Giornale e nessuno – non conoscendolo – poteva immaginare che a scriverle era un uomo della sua età. E con quale velocità. Mario Cervi era il giornalista più veloce con cui abbia mai avuto il piacere di lavorare.

Quando alla redazione esteri de il Giornale, dove ho lavorato per tanti anni, gli chiedevamo un articolo, sapevamo che avrebbe impiegato meno tempo lui a scrivere l’articolo che il tipografo a cambiare l’impaginazione. Venti minuti, al massimo mezz’ora e Mario Cervi mandava 80 righe impeccabili e dopo pochi minuti chiamava per sincerarsi che il pezzo fosse arrivato in redazione e con l’umiltà che solo i grandi sanno mostrare: “Mi raccomando se ci sono delle imprecisioni cambialo e se proprio non va bene, cestinalo”, mi diceva. Solo che io nel 1989, quando lo conobbi, ero un poco più di un ragazzino giunto a Milano dal Giornale del Popolo e dalla Gazzetta Ticinese, lui era già semplicemente Mario Cervi, grande come cronista, come inviato speciale, come editorialista dapprima al Corriere della Sera, dove entrò giovanissimo nel 1945, e poi al Giornale, di cui fu uno dei fondatori dal 1974 e che diresse dal 1997 al 2001.

Fu grande anche come storico e grande, commovente, nell’amicizia con Indro Montanelli. Per oltre 20 anni hanno firmato la collana Storia d’Italia, ma in realtà a scrivere quella fortunatissima serie di saggi che tutti attribuiscono principalmente a Indro, era lui, Mario.
La loro collaborazione iniziò per caso. Era il 1979 Montanelli, già affermato saggista, fu sollecitato dalla Rizzoli a scrivere altri libri storici, ma la direzione del Giornale lo assorbiva in un’epoca difficilissima per l’Italia, quella del terrorismo. E allora una sera, assecondando una delle sue tante intuizioni, chiese a Cervi, che pochi anni prima aveva scritto il bellissimo “Storia della guerra di Grecia”, se non volesse dargli una mano. Dopo poche settimane, Mario gli consegnò il saggio, completo. Indro lo lesse, non cambiò una virgola, vergò solo l’introduzione e aggiunse un paio delle sue battute all’ultimo capitolo. Graffi d’autore, nulla di più. Era “L’Italia Littoria” e fu un altro successo. Nessuno si accorse della differenza. Come nessuno, al Giornale, si accorse dei lunghi mesi in cui Montanelli spariva dalla circolazione, afflitto dalla depressione fortissima che lo colpiva a cadenze regolari ogni dieci anni. In quei lunghi periodi in cui la mente e il cuore di Indro sprofondavano misteriosamente nella nebbia, sul Giornale continuavano ad apparire i suoi fondi. Li scriveva Mario Cervi, che ha mantenuto il segreto fino a pochi anni fa.

Ce lo confidò una sera a cena, sottovoce, con un filo di disagio, poi, cedendo alle sollecitazioni degli amici più cari, lo scrisse anche in un saggio, ma senza strombazzarlo, come se si trattasse di un’annotazione di cronaca, da affidare agli storici e ai biografi di Montanelli.

Era troppo gentiluomo per violare quel patto segreto eppure mai scritto. Altri, al suo posto, sarebbero usciti allo scoperto prima, magari con lo stesso Indro ancora in vita, reclamando l’applauso da primo violino. Mario no, era un uomo fedele all’amicizia, un uomo saggio capace di ignorare le velenose lusinghe del proprio ego, certo, in cuor suo, che fosse giusto così.
Un Gran Signore.

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