Lega: Salvini, meglio soli che male accompagnatiOddio, com’è difficile parlare di Matteo Salvini, che oggi forse è il personaggio più polarizzante della politica italiana: o lo si adora o lo si detesta. E come sempre accade in questi casi, la stampa a sua volta si estremizza, anche se – e non è una sorpresa – la divisione è asimmetrica. La maggior parte dei media non ama Salvini ma non può farne a meno, poiché oggi rappresenta una delle poche voci politiche davvero fuori dal coro. Quando appare in televisione l’audience sale e con essa cresce la sua popolarità. E più è popolare, più viene odiato (anche dai giornalisti). Ma più si parla di lui e più va in televisione.

Dal punto di vista mediatico, il suo percorso è antitetico rispetto a quello di Beppe Grillo, che nelle fasi iniziali ha costruito il proprio successo attraverso il suo straordinario blog e la capacità di mobilitare le piazze, in aperta polemica con i media “mainstream” e in particolare proprio le tv, che per anni lo hanno snobbato, calorosamente ricambiate, fino a quando non hanno potuto più fare a meno di ignorarlo e sono state costrette a rincorrerlo.

In un caso e nell’ altro due percorsi straordinariamente innovativi nel campo della comunicazione.

Ma restiamo a Salvini, che tutti seguono ma pochi conoscono davvero. E mi spiego: una delle missioni della stampa indipendente dovrebbe essere di permettere ai lettori di capire spassionatamente un leader politico e le sue idee. Richiede capacità di analisi, oggettività, volontà di estraniarsi dalla passione politica e dai suoi pregiudizi. Ovvero di compiere uno sforzo inusuale per la stampa italiana che anche quando pretende di essere neutrale raramente lo è davvero.

Due giornalisti, Francesco Maria Del Vigo e Domenico Ferrara, ci hanno provato con il saggio Il metodo Salvini – Speroni, Sperling & Kupfer editore – che, a dispetto di una copertina piuttosto aggressiva nei toni (ah, il marketing editoriale…), ripercorre l’ascesa del leader della Lega e soprattutto ne spiega il mondo, i referenti, le idee. Che talvolta sorprendono.

Dal libro emerge un Salvini molto più dialettico di quanto si pensi, deciso in molti suoi giudizi sull’euro e sull’immigrazione ma al contempo in evidente evoluzione su altri. Fiero di un successo incredibile – ha preso un partito moribondo e l’ha portato al 15% – ma che non si sente arrivato, che si sforza di restare uno “del popolo”,  più pragmatico che ideologico: sovente persino sociale.

Salvini, sia chiaro, resta polarizzante. Leggendo il saggio di Del Vigo e di Ferrara, il lettore non resterà indifferente, ma troverà molti spunti di riflessione che porteranno alcuni a rafforzare la propria ammirazione, altri la propria inimicizia; tutti però a ragione veduta, poggiando su valutazioni oggettive e ragionate, dunque su criteri ben diversi rispetto agli stereotipati, sincopati, fuorvianti schemi di un’informazione televisiva italiana che punta innanzitutto alla pancia e raramente alla mente dello spettatore.

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Il Salvini che va oltre la tv, 4.5 out of 5 based on 110 ratings
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