acdbe3dc036759f48d0424dd88df564a-kmTC-U1100955274546rFE-1024x576@LaStampa.itRicevo diversi messaggi di amici e lettori intelligenti e aperti di spirito che, talvolta da destra e talaltra di sinistra, sono interdetti di fronte  a Trump: non riescono a collocarlo.

I liberisti non apprezzano le possibili barriere tariffarie, quelli di sinistra temono che possa diventare un dittatore. La mia impressione è che, per una volta, sbaglino tutti, per una ragione in fondo semplice: Trump è il primo vero presidente “liquido” per riprendere la citatissima definizione di Bauman ovvero un presidente che esce dagli schemi politici tradizionali.

Vediamo:

è il primo inquilino della Casa Bianca che ammette l’esistenza di importanti sacche di povertà nella società americana e si propone di risolverle. Nel suo orizzonte economico la creazione di posti di lavoro negli Stati Uniti è una priorità che antepone agli interessi, finora prevalenti, dei gruppi  multinazionali. E’ il primo presidente ad accogliere a poche ore dall’insediamento i sindacati e a promettere migliori opportunità di lavoro in America per le classi più disagiate. Questi sono discorsi di sinistra, che però la sinistra sia europea sia americana nemmeno considera. 

Trump al contempo non vuole creare un nuovo Stato assistenzialista ma ritiene di indurre l’America a riscoprire le proprie virtù ovvero a generare una crescita economica e sociale basata sullo sviluppo e la prosperità degli Stati Uniti. Confida che siano i privati a creare nuovi posti di lavoro, proponendo un baratto: basta delocalizzazioni in cambio di sgravi fiscali e deregulation. Questo è un discorso di destra che però la destra mainstream non contempla considerandoli eretici.

lavoratori-americani-2Trump dice basta all’esportazione di democrazia e agli interventi militari all’estero, che hanno accomunato Bush e Obama. Promette un esercito forte ma da usare a fini difensivi. Il suo è un discorso pacifista che però la sinistra non riconosce.

Trump, al contempo, propone la linea dura contro l’estremismo islamico e l’immigrazione clandestina, non sostiene le campagne con fondi pubblici a favore dell’aborto e quelle di sostengo alla LGBT. In questo caso è ovviamente di destra e per una volta sono tutti d’accordo.

Poi ci sono posizioni estreme sull’ecologia, che piacciono a pochi (incluso il sottoscritto). Ci sono le contraddizioni aperte, come la presenza di uomini della Goldman Sachs nel suo governo, che stride con le promesse formulate in campagna elettorale di introdurre una nuova versione del Glass Steagall Act. O come lo strabismo nella lotta al fondamentalismo islamico, che trasuda diffidenza nei confronti dell’Iran ma ignora finora il ruolo di Paesi sponsor dell’Isis come Arabia Saudita e Qatar.

Mettete tutto assieme e ne viene fuori un quadro contrastato, che impedisce una sua caratterizzazione precisa. Sì, certo è di destra ma il partito repubblicano non lo ama. Per certi versi è di sinistra, ma nemmeno il partito democratico  lo sopporta. E questo per la ragione che lo contraddistingue più di ogni altra: non appartiene all’establishment che ha governato l’America e il mondo negli ultimi 30 anni. Non ne condivide gli obiettivi di politica estera, non ammette che i diritti e le sovranità nazionali siano schiacciati e svuotati da organismi internazionali onnipotenti ma nella loro essenza non democratici. Non ama la globalizzazione senza freni e aborrisce l’idea di un Governo Mondiale; di conseguenza osteggia le aziende che non esitano a depauperare il tessuto economico nazionale per conseguire  esclusivamente il profitto. Difende una società radicata nei valori (famiglia, no all’aborto, identità) e la preferisce a quella multietnica e omologata che è stata incoraggiata e diffusa dalle precedenti amministrazioni democratiche e repubblicane, le cui divergenze erano più di facciata che sostanziali.

Trump è un liberale e al contempo si dimostra sensibile agli interessi della classe lavoratrice a cui desidera ridare prospettiva e benessere; è un fan dell’economia di mercato che, però, da patriota qual è, vuole compatibile con gli interessi strategici ed economici del proprio Paese; difende una società stabile, sovrana ma in cui l’ascensione sociale sia una possibilità concreta e non uno slogan retorico.

Non è detto, sia chiaro, che riesca nei suoi intenti. Oggi nessuno può dire se sarà un grande o un pessimo presidente. Ma rappresenta la prima risposta originale alla grande crisi della società moderna occidentale, una crisi a cui fino ad oggi i partiti tradizionali di destra o di sinistra non hanno saputo dar soluzione.

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