mayCome fai a perdere le elezioni, guadagnando 5,5 punti percentuali e ottenendo il 42,4% dei consensi? In Gran Bretagna è possibile. Qualunque leader politico sarebbe euforico davanti a queste cifre, mentre per Theresa May questo è un giorno cupo. La sua vittoria in realtà è una sconfitta per le ragioni che sappiamo tutti: prima aveva la maggioranza assoluta dei seggi, ora non più.

Bizzarrie del sistema elettorale britannico dove il risultato nella singola circoscrizione  pesa più del voto generale complessivo. Perdere seggi pur guadagnando consensi popolari significa una sola cosa: il partito conservatore ha stravinto in alcune zone ma è andato male in altre. Tecnicamente questo significa che la mappatura elettorale da parte degli strateghi è stata sbagliata, ma questo sbaglio ne nasconde altri ben più importanti.

Theresa May ha commesso degli errori che un politico non dovrebbe mai compiere, talmente sono macroscopici.

Ha indetto elezioni anticipate al fine di ottenere un forte consenso popolare con cui iniziare i negoziati con la Ue sulla Brexit ma poi lo ha fatto sparire dall’agenda politica. Durante la campagna elettorale di Brexit e delle future relazioni con la Ue si è parlato pochissimo. E questo ha spostato il focus sulla sua personalità e su altri temi, a lei sconvenienti.

Ha da sempre un problema: non è empatica. E per questo aveva bisogno di una campagna elettorale che avesse una carica emotiva e simbolica tale da compensare questo suo limite. Ci voleva un messaggio forte, coinvolgente, colmo di speranza. E invece i suoi strateghi hanno preso la strada opposta, puntando su un slogan “una leadership forte e stabile“, che non ha colpito nè la mente nè il cuore degli inglesi e ha formulato un programma elettorale quasi suicidario. Ha prospettato un aumento delle imposte e uno smantellamento dell’assistenza per i più anziani a  cui non verrebbe più garantito il pagamento delle cure mediche. Una proposta che è stata subito bollata come “dementia tax” dai suoi rivali.

il leader laburista Corbyn

il leader laburista Corbyn

Cosî facendo la May ha accentuato i limiti della sua personalità e ha legittimato l’accusa di chi la vede come la rappresentante delle élite e non del popolo. Che differenza con la Thatcher, che era figlia di un droghiere: sapeva istintivamente come ragiona l’inglese medio, che in lei si riconosceva. La May pur essendo figlia di un pastore anglicano ha studiato ad Oxford, ha lavorato alla Banca d’Inghilterra è stata cooptata da giovanissima nella Upper Class e in quanto tale percepita dal pubblico.

La May è così riuscita ad offrire nella forma e nel merito un assist fenomenale al leader dei laburisti Corbyn che invece ha impostato la campagna su uno slogan di grandissima efficacia: “For the many not the few” ovvero “Per i tanti  non per i pochi“. E ha parlato ai giovani che non trovano lavoro o che, quando lo trovano, non vengono pagati abbastanza, alla classe media tartassata dalle classe, al popolo che non vuole rinunciare allo stato sociale. Ha parlato a una parte importante della società britannica, che analogamente a quanto accade in gran parte dei Paesi occidentali, non crede più nel futuro, nell’ascensore sociale e vede il proprio benessere minacciato. Come gli americani che hanno votato Sanders a sinistra e Trump a destra, i francesi che hanno scelto Mélénchon o la Le Pen. Il risultato in Gran Bretagna è spettacolare: i laburisti sono passati dal 30,4% al 40,1%. Quasi dieci punti e 29 parlamentari in più.

La May non può pertanto che biasimare se stessa, anche nella scelta di affidarsi a un guru americano, l’ex spin doctor di Obama, Jim Messina, lo stesso che aiutò Renzi al referendum, per intenderci. Qualcuno dira: ma gli attentati? Penso che l’effetto sia stato neutrale: da un lato hanno rafforzato le istituzioni e dunque il premier uscente, dall’altro hanno portato alle luce gli errori commessi dalla stessa May quando era ministro degli Interni.

La Gran Bretagna cercava certezze e si ritrova senza un governo di maggioranza. Su Theresa May, invece, una certezza l’abbiamo: non è la nuova Thatcher.

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