trump-tristeSono bastati 8 mesi per trasformare Donald Trump in Donald Clinton o, se preferite, in Hillary Trump. Ovvero nella negazione del programma e delle aspettative che avevano accompagnato e reso possibile la sua elezione alla Casa Bianca. Quel che contava non era l’uomo Trump – che non aveva certo la cultura e il carisma del grande leader politico – quanto le idee che interpretava e che traslava dai suoi più stretti collaboratori.

Quali idee? Un’agenda sovranista, intesa come il desiderio di contrastare le derive di una globalizzazione che si è tradotta negli ultimi 20 in una continua sottrazione di sovranità e di ricchezza, di cui la stessa America, quella profonda, è stata vittima; la voglia di un nuovo ruolo degli Stati Uniti, meno caoticamente e distruttivamente interventista e fonte, piuttosto, di stabilità; il desiderio di preservare gli interessi geopolitici non attraverso un pericoloso confronto con la Russia, volto chiaramente a provocare la rimozione di Putin dal Cremlino, quanto a una nuova era di collaborazione con Mosca.

E poi: il desiderio di ridurre l’influenza della finanza, che per sua natura è apolide, con programmi di investimenti economici che rimettessero al centro l’interesse nazionale, una nuova etica del capitalismo, più ancorata al territorio e al senso di responsabilità anche sociale del capitalismo.

Oggi di quel programma non è rimasto più nulla, perché Trump non ha saputo resistere alle pressioni furibonde del cosiddetto Deep State ovvero di quell’establishment che da Reagan in poi – e soprattutto con Bush junior e con Obama – ha governato davvero l’America, senza soluzioni di continuità. Che il presidente fosse democratico o repubblicano nulla cambiava in realtà a Washington, il potere – quello vero – non passava mai di mano, cambiava semplicemente interprete.

Trump e i suoi collaboratori non appartenevano a quell’establishment e per questo la reazione contro di loro è stata così furibonda, usando uno scandalo per ora molto presunto, il Russiagate, come ariete mediatico e congressuale. Diciamolo chiaramente: oggi il Deep State ha vinto e Donald Trump, di cui già in aprile avevo segnalato la normalizzazione, si è adeguato, abbandonando tutti i suoi più stretti collaboratori. Il più famoso è Steve Bannon, l’ultimo in ordine di tempo è Sebastian Gorka. Come osserva Giuseppe Germinario alla Casa Bianca resta solo uno dei fedelissimi: Peter Navarro. Gorka nella sua lettera di addio lo dice : “E’ chiaro che le forze che non sostengono la promessa Make America Great Again (Facciamo di nuovo grande l’America) sono – per ora – in ascesa nella Casa Bianca“.

Trump, temendo l’impeachment, si è consegnato a chi spera possa difenderlo ovvero ai generali, creando un ulteriore pericoloso paradosso. Oggi la Casa Bianca è retta – in almeno 3 settori chiave (difesa, esteri, sicurezza) – direttamente da uomini del Pentagono, che stanno riportando l’America sulla vecchia rotta.

L’escalation con la Russia, colpita da nuove sanzioni e costretta a chiudere tre consolati, lo dimostra. Non è affatto una buona notizia per noi europei.

Che Trump resti al potere e o che venga rimosso poco cambia: ha rinnegato se stesso. Ma la vittoria del Deep State non risolve i problemi di fondo del popolo americano e non deflette la determinazione di chi vuole cambiare davvero il Paese; anche perché per spezzare le reni a Trump hanno dovuto ricorrere a metodi socialmente destabilizzanti e mettere a nudo le ipocrisie del potere come osserva con molta lucidità Gianfranco Campa. Il velo della propaganda e dello spin in parte è caduto, ma la rabbia degli americani i cui livelli di reddito non crescono da decenni, che sono sempre più indebitati (siamo tornati ai livelli pre 2008!), i cui giovani si laureano ma non trovano lavoro (eh sì, come in Italia); quella rabbia resta intatta. E cercherà nuovi interpreti.

Quel “per ora” nella lettera di Gorka è significativo. Come dire: non finisce qui…


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