trump jflCerto che la storia degli archivi sull’omicidio di John Fitzgerald Kennedy è davvero paradossale. Già, perché se non ci fosse nulla da nascondere, se fosse tutto cristallino come ci è stato raccontato negli ultimi 50 anni, la pubblicazione integrale e senza restrizioni non dovrebbe costituire un problema. E invece…

Ancora oggi la verità resta parziale e, come noto, legittimamente contestata. Donald Trump ha annunciato la desecretazione dei documenti ma non su qualche centinaio, i più sensibili, che resteranno segreti per altri sei mesi, il tempo necessario necessario per determinare se la loro divulgazione “possa recare danno alle operazioni militari, di difesa ed esecuzione della legge”.

Tuttavia anche i files decretati contengono alcune rivelazioni interessanti. Ad esempio, come ricorda Zero Hedge in un file si cita il potentissimo capo dell’FBI, J. Edgard Hoover, che afferma

La cosa che mi preoccupa è di avere qualcosa di pubblicato in modo da convincere il pubblico che Oswald sia il vero assassino

Frase sibillina che, ne converrete, si presta a una duplice interpretazione.

Si rivela che un giornalista britannico ricevette una telefonata anonima che lo invitava a contattare l’ambasciata americana per alcune “notizie molto importanti” 25 minuti prima dell’omicidio. Chi la fece? Di certo non Oswald…

In un altro file si cita un esponente locale che parla di due sparatori. E salta fuori un file in cui si sostiene che Lee Harvey Oswald fosse un agente della Cia.

Sono frammenti di verità. Manca la pistola fumante, che potrebbe essere pubblicata il prossimo aprile.

Potrebbe, perché in realtà la decisione di Trump di pubblicare i files va letta soprattutto come il sintomo di uno scontro durissimo, forse definitivo con il Deep State. Già, perché tra poche ore il procuratore speciale del Russiagate annuncerà le prime incriminazioni che dovrebbero condurre all’arresto di alcuni ex fedelissimi di Trump.

clinton putinQuesto annuncio segue altri scandali, che riguardano non il presidente ma la sua ex contendente, Hillary Clinton. Si è scoperto, guarda un po’, che a fare affari con la Russia sia stato, senza le necessarie autorizzazioni, il Podesta Group, la società dei due fratelli Podesta, uno dei quali divenne il capo della campagna di Hillary. E ancora: quando era segretario di Stato la Clinton avrebbe utilizzato la sua carica per aiutare la Russia ad acquisire il controllo di un quinto delle riserve americane di uranio in cambio di milioni di dollari versati alla Clinton Foundation, la fondazione di famiglia. Imbarazzante, vero?

Infine si viene a sapere che a commissionare per primo il dossier anti-Trump del Russiagate furono gruppi repubblicani, che poi lo passarono a Hillary.

Un bel ginepraio, che rischia di travolgere sia Trump sia una Clinton che pare essere stata scaricata dal Partito democratico, il quale la considera un intralcio sia in vista delle legislative dell’anno prossimo sia delle presidenziali, come spiega bene Gianfranco Campa sul sito Italia e il mondo. Con una differenza: lei non dispone del potere necessario per difendersi, lui invece sì. Il retroscena sul dossier passato dai repubblicani alla Clinton conferma, se mai ce ne fosse bisogno, che le differenze fra i due partiti erano o sono di facciata e che entrambi erano accomunati dall’appartenenza allo stesso club che si traduceva nell’occupazione incontrastata dell’establishment. Incontrastata perché sapevano (loro, ma non gli elettori) che nulla sarebbe cambiato chiunque avesse vinto le elezioni. Bush o Kerry, Obama o McCain, era indifferente. Non è un caso che proprio Bush e McCain tifassero per Hillary contro “RealDonald”.

Trump era l’outsider, odiato dal suo partito; come il suo ideologo Steve Bannon, che ora guida la rivolta dentro al Partito repubblicano, sostenendo ovunque candidati alternativi.

Nel frattempo Trump è stato “normalizzato” su molti dossier ma, evidentemente, non su tutti o comunque è verosimile che il Deep State non si accontenti di una resa ma voglia la sua testa ovvero le sue dimissioni, affinché serva da monito per tutti.

Trump, però, si difenderà fino alla fine. E c’è chi sostiene che la vicenda dell’archivio di JFK rappresenti un avvertimento pesantissimo all’establishment. La bomba da sganciare al momento giusto per dimostrare agli americani il vero volto delle élite che li ha governati per 50 anni e screditare, così, l’inchiesta del Russiagate.

Sempre che ne abbia il coraggio, sempre che la pistola fumante su quell’omicidio esista davvero. In ogni caso, non finisce qui nella Washington degli intrighi e delle tante verità nascoste.

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