Lʼartista tedesca Lucie Stahl  è nata a Berlino nel 1977, ha studiato  prima presso la Hochschule der Künste a Berlino,  poi alla Glasgow School of Art e alla Städelschule a Francoforte. Attualmente vive e lavora a Vienna dove dal 2008 dirige con Will Benedict lo spazio espositivo Pro Choice. Oggi una sua mostra  di ampio respiro si vede a Milano da Giò Marconi, dopo aver esposto a  Los Angeles (2013), Detroit (con Tom Humphreys) (2013), Bruxelles, Amsterdam (2012), Vienna, Colonia (2011), Amburgo (2010), Bruxelles, (2008), e Londra (2005). Utilizza per i suoi lavori  una particolare tecnica fotografica per cui dispone oggetti di consumo sulla lastra di uno scanner che ne rileva le forme. Le immagini bidimensionali così ottenute vengono ingrandite, stampate a getto dʼinchiostro e infine ricoperte da uno spesso strato di poliuretano lucido che fa quasi da cornice. Le opere vengono poi appese direttamente sul muro della galleria, come poster. Per la sua prima mostra qui a Milano  alla galleria Giò Marconi Lucie Stahl ha preparato una nuova serie di opere, manifesti e poster, utilizzando gli elementi caratteristici dei cartelloni pubblicitari e dei manifesti agitprop. Agitprop è l’acronimo di отдел агитации и пропаганды (otdel agitatsii i propagandy), ossia Dipartimento per l’agitazione e la propaganda, organo del comitato centrale e regionale del Partito comunista dell’Unione sovietica il quale fu in seguito rinominato “Dipartimento ideologico”. Nella lingua russa il termine «propaganda» non presentava nessuna connotazione negativa, come in francese, italiano o inglese, significava “diffusione, disseminazione d’idee”. Attività e obiettivi dell’Agitprop erano diffondere idee del marxismo-leninismo, e spiegazioni della politica attuata dal partito unico, oltre che in differenti contesti diffondere tutti i tipi di saperi utili, come per esempio le metodologie agronome. L’agitazione” consisteva, nel linguaggio politico, invece, nello spingere le persone ad agire conformemente alle progettualità d’azione dei dirigenti sovietici. A questo punto se da una parte nel suo lavoro c’è un racconto tutto storico di un periodo tra i più bui dell’Europa e della Russia, dall’altra forse è un suo modo il voler inneggiare e riproporre questa tecnica, favoleggiando lo stalinismo e il breznevismo. Inoltre lʼartista ha messo in bella evidenza anche piccoli oggetti scultorei ricavati da vecchie lattine di birra e soda. E’ interessante notare come il suo modo di lavorare e quanto di contenuti, catturati dal quotidiano, appaiono filmicamente, sono dati maturati dopo una visita per curare un ginocchio da un certo medico dottor Lu specializzato in Medicina Cinese Tradizionale a Santa Monica in California. Dice: “Io sono tedesca. Ho vissuto a Los Angeles negli ultimi anni. Ho comprato una Subaru marrone che a volte guido nel deserto dove raccolgo vecchie lattine di alluminio scolorito di Bud e Coca Cola. Solo quando mi sono trovata sdraiata sulla schiena con addosso unicamente la biancheria nei confini bui e freddi dello studio del medico cinese ho capito cosa avrebbero potuto essere queste lattine o, per essere più precisa, come poter sfruttare quella mia collezione di rifiuti. Realizzando ruote di preghiera tibetane”.

 Carlo Franza

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