Lucio Fontana (1899-1968) è uno degli artisti italiani che maggiormente ha segnato l’arte del XX secolo. Scultore di formazione, l’inventore del movimento spazialista diviene un apripista per le correnti avanguardiste degli anni ’60, per via delle sue tele tagliate e bucate. Questa retrospettiva a Parigi è un avvenimento che segna e incornicia l’arte italiana del XX secolo, e riunisce circa duecento opere presentate in ordine cronologico attraverso grandi cicli pittorici: primitivismo e astrazione degli anni ’30, ceramiche, spazialismo, tele bucate o tagliate e installazioni. A più di 25 anni dall’ultima esposizione in terra di Francia, Parigi rende omaggio al genio di Lucio Fontana, ”le plus parisien des artistes italiens”, dedicandogli una sontuosa retrospettiva al MAM ( Musee d’Art Moderne). Realizzata con la collaborazione della Fondazione Lucio Fontana, l’esposizione parigina ripercorre tutti i grandi cicli di produzione dell’artista nato in Argentina, milanese di adozione e moderno ”fino al midollo”, come gli riconosce la critica francese, e italiana nei contributi raccolti per il catalogo di questa rassegna evento. In mostra esempi di tutto il suo complesso percorso di ricerca messi insieme grazie ai prestiti di musei e gallerie di tutto il mondo (un grande nucleo proviene dalla fondazione Fontana e molte opere sono concesse dal Centre Pompidou che nel 1987 ha ospitato l’ultima rassegna francese) ma anche di tanti collezionisti privati (tra questi Massimiliano e Doriana Fuksas, che hanno prestato il loro Modello del soffitto di neon a ‘Italia 61′). Il percorso espositivo parte con la rivoluzionaria grande installazione al neon che fece epoca nel 1951 alla Triennale di Milano e che è stata replicata nella hall del museo, insomma un viaggio a tutto tondo nell’arte e nella ricerca concettuale di Fontana, di cui punta a raccontare tutto e non solo i fin troppo conosciuti Tagli. Si parte come vedrete dalle sculture primitive e astratte degli anni Venti e Trenta, ma ci sono anche i disegni, le incredibili ceramiche policrome, i lavori dello spazialismo, le collaborazioni con l’architettura dalle cappelle cimiteriali al concorso per la quinta porta del Duomo di Milano. In tutto 14 sezioni che naturalmente comprendono anche Tagli, Nature, Fine di Dio, Venezie, Metalli, Teatrini. Pioniere dell’astrazione in Italia negli anni Trenta, Fontana, anticipa l’arte informale con le sue sculture prima di fondare nel 1947 il Movimento Spaziale. E questa rassegna parigina punta sui tanti registri diversi della sua vorace creatività, tra astratto e figurativo, ricerca metafisica e matericità, utopia e kitsch, passione tecnologica e materie informi. Le sue tele tagliate, icone dell’arte contemporanea, insieme con le sue opere meno conosciute, soprattutto le sculture degli anni Trenta o le ceramiche, la maggior parte delle quali vengono presentate per la prima volta in Francia, dove pure Fontana ha felicemente lavorato a più riprese ed è stato apprezzato prima ancora di conoscere la vera consacrazione internazionale, arrivata di fatto negli anni Sessanta dopo la trionfale partecipazione alla Biennale di Venezia nel 1958. E i lavori in ceramica li troviamo pure per commissioni di arte sacra come la via Crucis e il Cuore di Gesù nella Chiesa di San Fedele dei Padri Gesuiti a Milano.

Nato nel 1899 a Rosario in Argentina da padre italiano, scultore di formazione, Fontana ha trascorso la maggior parte della sua vita a Milano (qui arrivò a sei anni, andò anche in guerra, partecipando al primo conflitto mondiale, anche se poi trascorse in Argentina gli anni della seconda guerra mondiale tornando a Milano nel 1947) che lasciò solo negli ultimi mesi della sua vita per Comabbio, in provincia di Varese, dove è morto nel settembre del 1968. Resta senz’altro uno dei grandi padri del Novecento e una figura che, accanto ai nostri “grandi vecchi” dell’Arte Povera continua a rappresentare un punto fermo nello svolgimento dell’arte contemporanea. Mito di grande levatura Lucio Fontana, in grado di aprire lo spazio con una ferita sulla tela, il suo gesto creativo più forte, la tridimensionalità nella pittura, e di portare in scena forme perfette o appartenenti a universi mistici, come ad esempio le opere appartenenti alle serie Fine di Dio. Ha concepito la creazione artistica prima di tutto come gesto filosofico, sicchè Fontana è il principale fondatore e teorico del movimento spazialista. Egli non ha mai smesso di interrogare lo spazio attraverso le sue sculture, tele lacerate o ricoperte dai materiali più diversi, olio, vetro, sabbia. La luce, sotto tutte le sue forme, viene concepita come rivelatrice di spazio: proiettata attraverso le sue celebri tele bucate (Buchi) o lacerate (Tagli), riflessa sui suoi quadri monocromatici bianchi o sugli smalti iridescenti delle sue ceramiche. Fontana è affascinato dalle vetrine illuminate al neon che vede a Buenos Aires già negli anni ’40, ed ha molti scambi con Giulya Kosice, fondatore del gruppo Madi, che realizza i primi quadri con il neon. A partire dal 1949 egli realizza « Ambiente Nero », installazione di un oggetto indefinito illuminato da una luce di Wood, in una sala nera. Lo stesso anno Gjon Mili realizza una serie di celebri foto di Picasso che disegna con una lampada tascabile. Nel 1951, in occasione della 9ª Triennale di Milano, Fontana realizza un’opera con un neon di 100 metri di lunghezza, un arabesco sospeso sopra alla scalinata d’onore. Prima opera in neon di queste dimensioni che colpisce molto tutti i visitatori. Fontana concepiva questo neon come un elemento di decorazione, parte integrante dell’architettura, un “ambiente spaziale, un elemento nuovo che veniva dall’estetica dell’uomo di strada”. Il neon originale è scomparso. Per Fontana, “ l’arte è eterna, ma non può essere immortale, può vivere per un anno o un millennio, ma un giorno verrà il tempo della sua distruzione materiale. Resterà eterno come gesto, ma morirà come materiale”. Egli riprodurrà spesso questo neon durante la sua vita, in occasione di diverse manifestazioni. Grazie alla sua leggerezza, la sua eleganza, il suo utilizzo di materiali industriali, la sua affascinante capacità nel rivelare lo spazio in maniera dematerializzata, questo capolavoro di luce del XX° secolo anticipa di una decina d’anni le ricerche dei maggiori artisti degli anni ’60, dei minimalisti (Dan Flavin), dei Nuovi realisti (Martial Raysse), dell’’Arte Povera (Mario Merz). Ancora oggi, artisti come Claude Levêque o Philippe Parreno utilizzano il neon come lo faceva Fontana, come un rivelatore di spazio. La riproposizione di quest’opera costituirebbe un avvenimento memorabile. La Fondazione Fontana, che detiene il diritto morale dell’opera, autorizzerebbe eccezionalmente la realizzazione di una nuova versione, cosa che non era stata sfortunatamente possibile in occasione delle esposizioni Néon presso la Maison Rouge e Dynamo al Grand Palais nel 2013. Per la mostra abbiamo anche uno dei più completi cataloghi: 300 pagine su cui sono raccolti anche saggi del direttore del museo parigino Fabrice Hergott, con Jean-Louis Schefer, Daniel Soutif, Anthony White, e una serie di critici italiani; e un’antologia di saggi comprendenti anche quelli di Yve-Alain Bois, Michel Tapié e Lawrence Alloway.

 Carlo Franza

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