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imagesWH607OMSimagesJ2TBT5VEimagesI9Q31222imagesimages.jpg3Dobbiamo urlare tutti che in Italia, nella nostra nazione e nei nostri confini, vogliamo parlare italiano e solo italiano. Salviamo la Lingua Italiana. Non ci aiuta neppure il Presidente del Consiglio Matteo Renzi con il suo uso di “Jobs Act”, quando avrebbe potuto dire “Riforma del Lavoro”. Mettiamo al bando i forestierismi, le parole straniere. Non ci portano nulla. E poi sono orribili. C’ è da ricordare con rincrescimento la politica linguistica del Fascismo, e al bando conseguenziale che vi fu delle parole straniere (basti ricordare le insegne dei negozi). Oggi molte parole inglesi, ma anche francesi, potrebbero essere comodamente tradotte in italiano. Brand, sponsor, flop, killer, fan, ceo, spread, blogger, escort, meeting, new media, target, twittare, work in progress, outlet,.… e la lista potrebbe continuare. Per anni è stato consigliato che imparare l’inglese era una conquista importante e ora, ci troviamo la lingua italiana “contaminata” dall’anglosassone. La ricerca di Federlingue è chiara: l’uso di parole anglosassoni è aumentato del 773% negli ultimi otto anni. I mezzi di comunicazione, certo “responsabili” della commistione di lingue e dell’ingresso degli anglicismi nella lingua italiana, ogni giorni ci propinano termini in inglese che potrebbero comodamente essere tradotti in italiano. Ormai siamo talmente abituati ad usare termini inglesi che a volte stentiamo a tradurre in italiano. La storia insegna che i popoli colonizzati hanno scimmiottato la lingua dei colonizzatori; nell’Impero Romano per i provinciali parlare latino era un privilegio come in Grecia dove i Romani riconoscevano la superiorità della lingua latina. Ora noi sudditi – non mi fate dire di chi- parliamo l’inglese pur avendo una Lingua -l’italiano- nettamente superiore all’inglese sia dal punto di vista sintattico, fonetico e soprattutto per la ricchezza di vocaboli; basti pensare che l’80% dei vocaboli inglesi è di origine latina.

Intanto la petizione di Annamaria Testa esperta di comunicazione, pubblicitaria e docente universitaria, su change.org raccoglie moltissimi consensi ed è condivisa in pieno anche dall’Accademia della Crusca.

Nella petizione si legge: “Una petizione per invitare il governo italiano, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese a parlare un po’ di più, per favore, in italiano. La lingua italiana è la quarta più studiata al mondo. Oggi parole italiane portano con sé dappertutto la cucina, la musica, il design, la cultura e lo spirito del nostro paese. Invitano ad apprezzarlo, a conoscerlo meglio, a visitarlo. Le lingue cambiano e vivono anche di scambi con altre lingue. L’inglese ricalca molte parole italiane (“manager” viene dall’italiano maneggiare, “discount” da scontare) e ne usa molte così come sono, da studio a mortadella, da soprano a manifesto. imagesWH607OMSLa stessa cosa fa l’italiano: molte parole straniere, da computer a tram, da moquette a festival, da kitsch a strudel, non hanno corrispondenti altrettanto semplici, efficaci e diffusi. Privarci di queste parole per un malinteso desiderio di “purezza della lingua” non avrebbe molto senso. Ha invece senso che ci sforziamo di non sprecare il patrimonio di cultura, di storia, di bellezza, di idee e di parole che, nella nostra lingua, c’è già. Ovviamente, ciascuno è libero di usare tutte le parole che meglio crede, con l’unico limite del rispetto e della decenza. Tuttavia, e non per obbligo ma per consapevolezza, parlando italiano potremmo tutti interrogarci sulle parole che usiamo. A maggior ragione potrebbe farlo chi ha ruoli pubblici e responsabilità più grandi. Molti (spesso oscuri) termini inglesi che oggi inutilmente ricorrono nei discorsi della politica e nei messaggi dell’amministrazione pubblica, negli articoli e nei servizi giornalistici, nella comunicazione delle imprese hanno efficaci corrispondenti italiani. Perché non scegliere quelli? Perché, per esempio, dire “form” quando si può dire modulo, “jobs act” quando si può dire legge sul lavoro, “market share” quando si può dire quota di mercato? Chiediamo all’Accademia della Crusca di farsi, forte del nostro sostegno, portavoce e autorevole testimone di questa istanza presso il Governo, le amministrazioni pubbliche, i media, le imprese. E di farlo ricordando alcune ragioni per cui scegliere termini italiani che esistono e sono in uso è una scelta virtuosa. 1) Adoperare parole italiane aiuta a farsi capire da tutti. Rende i discorsi più chiari ed efficaci. È un fatto di trasparenza e di democrazia. 2) Per il buon uso della lingua, esempi autorevoli e buone pratiche quotidiane sono più efficaci di qualsiasi prescrizione. 3) La nostra lingua è un valore. Studiata e amata nel mondo, è un potente strumento di promozione del nostro paese. 4) Essere bilingui è un vantaggio. Ma non significa infarcire di termini inglesi un discorso italiano, o viceversa. In un paese che parla poco le lingue straniere questa non è la soluzione, ma è parte del problema. 5) In itanglese è facile usare termini in modo goffo o scorretto, o a sproposito. O sbagliare nel pronunciarli. Chi parla come mangia parla meglio. 6) Da Dante a Galileo, da Leopardi a Fellini: la lingua italiana è la specifica forma in cui si articolano il nostro pensiero e la nostra creatività. 7) Se il nostro tessuto linguistico è robusto, tutelato e condiviso, quando serve può essere arricchito, e non lacerato, anche dall’inserzione di utili o evocativi termini non italiani. 8) L’italiano siamo tutti noi: gli italiani, forti della nostra identità, consapevoli delle nostre radici, aperti verso il mondo.”

Programma questo che aspetta la firma di tutti i veri italiani. Come giustamente sostiene l’illustre linguista prof. Tullio De Mauro, anche l’abuso dell’inglese è una delle conseguenza della dealfabetizzazione in cui versa la scuola, l’università e la società italiana. Pensate che il portale del Ministero Beni Culturali voluto per l’Expo 2015 dal Ministro Franceschini si chiama “VeryBello”. Inglese docet. E’ la controprova di quel che sono venuto dicendo.

Carlo Franza

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