1df288c1e143a291419f5020cbdf5b94Se chiudo gli occhi rivedo tutto. Rivedo quel brutto giorno, la polvere addosso, la nostra corsa folle, il timore che ci fossero tante vittime, la confusione. Eravamo disorientati e indifesi. Poi la fame: non c’era nulla da mangiare durante quella notte passata al freddo”. Sono i ricordi e la tristezza a fare da sfondo al Natale di Norcia. Un giorno triste, più triste del solito, dove a parlare è il senso di malinconia. La mancanza di quelle tradizioni consolidate che pesa come non mai fra i prefabbricati e le tende che accolgono centinaia di terremotati. “Dopo diciott’anni, per la prima volta non ho assistito alla manifattura dei cappelletti in casa – racconta Pietro Iambrenghi, studente del liceo classico di Norcia e chitarrista della band Triple Disaster –. È sempre stata una tradizione per la mia famiglia, alla quale però quest’anno abbiamo dovuto rinunciare, perché della nostra casa è rimasto solo il ricordo. Era uno dei momenti più sereni: io sonnecchiavo la sera sul divano mentre i miei genitori preparavano questi cappelletti, che sono dei tortellini tradizionali. L’assaggio del ripieno, poi, toccava sempre a me. Era una delle piccole cose che rendevano speciale il nostro Natale”.

Molti abitanti di Norcia trascorrono le notti nelle tende, dove da quel 30 ottobre del 2016 tutto si è fermato. “Passeggiando nei pressi di Norcia si vedono i volti tristi tipici di chi ha dovuto abbandonare tutto: dalla casa agli affetti più stretti. Ogni giorno andando a Norcia dal paesino in cui mi trovo passo davanti a un viale alberato dove mi piaceva passeggiare. Ora su quel viale non è rimasta una casa agibile. E questo è tremendamente desolante, anche se la speranza parte da lì, dato che i primi prefabbricati sono stati costruiti su quel viale”. Sarà un Natale diverso a Norcia, che punterà sul valore dei rapporti e su emozioni concrete. “Non lo nego. Sarà un Natale sottotono, il primo per la mia famiglia passato fuori Norcia. Andremo in due ristoranti situati nei paesi vicini, ma non sarà mai come a casa. Da una parte abbiamo potuto apprezzare il silenzio dell’Avvento in queste ultime settimane, ma non si può dire che ci sia un clima di festa, qui prosegue la lunga attesa per poter tornare a una vita normale. L’unica nota positiva è che almeno saremo uniti con i miei zii e la mia cuginetta”. 

E tra lo sconforto di un periodo natalizio che potrà contare su pochi sorrisi, si fa largo alla felicità dei più piccoli. “Il nostro primo pensiero è stato fare in modo che ai bambini, come alla mia cuginetta, non mancasse babbo Natale neanche quest’anno, nonostante tutto”. “Il presepe c’è, lo abbiamo allestito pochi giorni fa, ma il clima di festa manca perché negli animi percepiamo una grande tristezza per il fatto di non poter passare la vigilia di Natale come sempre: davanti al camino in casa e al veglione in San Benedetto. Le festività alimentano ulteriormente il nostro sogno di poter tornare alla normalità”.

Enrico Galletti

 

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