C_2_fotogallery_3012114_23_imagePenso a Manchester. Ai primi concerti, a quelle grida disumane che escono dalla televisione e invadono la cucina proprio nel momento della cena. Penso a quella musica, che allo scoccare della follia si è spenta insieme alle speranze di tanti giovani. A quella musica che un giorno si riaccenderà. E allora, al prossimo concerto ci guarderemo tutti intorno. Ci guarderemo in faccia in cerca di sicurezze, in cerca della speranza di avere al proprio fianco un amico, e non un nemico da combattere. Siamo appesi a un filo. Sembra sempre la prima volta. Eppure quelle scene le abbiamo già viste. Abbiamo già pianto per quella crudeltà che si credeva estinta. Qualcuno si ostina addirittura a dire che “no, noi non abbiamo paura”. Che dobbiamo continuare a fidarci del prossimo, di chi al supermercato raccoglie una monetina e ci segue fino all’auto per dirci che abbiamo dimenticato qualcosa. Ci fanno credere che sia cosa normale fidarci di chi ci tende la mano, di chi ci aiuta. Ci chiedono di credere nella bontà del prossimo, ma in realtà è tutta una finzione verso noi stessi. Non vogliamo ammettere che abbiamo paura, non ci fidiamo più neppure della nostra immagine riflessa nello specchio. Abbiamo paura del prossimo, adesso più che mai, paura di chi ci sta accanto e finge di avere buone intenzioni. Abbiamo paura, tutti alla stessa maniera, lo abbiamo già detto e lo ripetiamo. Abbiamo paura dell’uomo, di noi stessi, dell’ombra che la follia proietta sulle nostre coscienze e ogni volta ci immobilizza. Come loro. I bambini. Tutti quei giovani straripanti di sogni.

Enrico Galletti
enricogalletti7@gmail.com

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