La Regione Lombardia ha approvato la cosidetta “legge anti-burqa”; d’ora in poi per entrare in strutture pubbliche dipendenti dalla Ragione sarà obbligatorio scoprirsi il volto.

Botta e risposta tra il Ministro della Giustizia Andrea Orlando e il Presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni.

Orlando ha dichiarato: “Siccome c’è la legge, non si avverte l’esigenza di inventarsene di nuove, che appaiono di sapore simbolico-propagandistico”.

Maroni dal canto suo ha replicato che la Regione si è semplicemente limitata ad adeguare il regolamento, con esplicito riferimento a una legge nazionale, nei confronti di chiunque si presenta a volto coperto in strutture pubbliche.

La vicenda trae origine da un’interrogazione presentata dal consigliere leghista Fabio Rolfi che aveva fotografato una donna con il velo integrale in un ospedale.

Un provvedimento che non riguarda soltanto le donne che indossano niqab o burqa ma chiunque si presenti a volto coperto, dunque un casco integrale, un passamontagna e via dicendo.

E’ giusto dunque chiamarla “legge anti-burqa”? Probabilmente no.

Sicuramente è un provvedimento che presta il fianco a strumentalizzazioni politiche, sia da una parte che dall’altra, ma che ha peculiarità prettamente legate all’aspetto securitario. Il regolamento ha infatti l’obiettivo di rendere riconoscibile chiunque si reca in una struttura pubblica, col fine di salvaguardare la sicurezza dei cittadini.

Come illustrato egregiamente da Elisa Chiari, “La delibera Regionale non cita esplicitamente veli islamici, parla di “caschi protettivi o qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona”: se ne deduce che, al netto di caschi integrali e passamontagna vietati, saranno permessi i veli che lasciano il volto scoperto (kijab, khimar, al-Amira, shayia e chador) e vietati quelli che lo coprono: il burqa (che copre tutto il corpo e nasconde anche gli occhi dietro una rete di tessuto) e il niqab che copre il volte di un velo nero lasciando scoperti solo gli occhi”.

La Chiari fa poi notare che il regolamento fa riferimento alla legge 152/1975 all’articolo 5 : “È vietato l’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo”. [1]

E’ dunque quel “giustificato motivo” che potrebbe far aprire un dibattito: una motivazione religiosa è sufficiente ad ammettere niqab e burka?

Trattasi veramente di una “motivazione religiosa” nel vero senso del termine? L’imam e studioso di Islam, Mohsen Mouelhi, pur affermando di non essere d’accordo con leggi che impediscono di abbigliarsi in determinati modi, ha dichiarato che burqa e niqab non hanno nulla a che fare con l’Islam ma sono prettamente legati a tradizioni e culture in alcuni paesi islamici. [2]

La posizione di Mohsen Mouelhi è condivisa da molti all’interno del mondo islamico, tanto che burqa e niqab fanno principalmente riferimento a contesti come quello saudita e afghano, fortemente legati al wahhabismo e al salafismo.

Niqab e Burqa sarebbero dunque il prodotto di un’interpretazione minoritaria, legata a precisi contesti culturali ed ideologico-dottrinari all’interno di quel mondo islamico che non è e non è mai stato un blocco monolitico. E’ dunque sufficiente a ritenerlo “giustificato motivo”?

La tutela della sicurezza del cittadino può essere messa in secondo piano rispetto a un’esigenza cultural-dottrinaria tra l’altro minoritaria?

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[1] http://www.famigliacristiana.it/articolo/volto-coperto-tra-legge-nazionale-e-delibera-lombarda.aspx

[2] https://www.rt.com/news/325811-lombardy-ban-burqa-niqab/

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