La notizia è che Eduard Limonov è stato arrestato per aver fatto, a modo suo, l’originale viatico per l’entrante – e ormai entrato – 2013. Con uno striscione, augurava a tutti i russi “un anno veramente nuovo”. Che – tradotto – significa un anno senza Putin. Morale: in manette.

Dopo le Pussy Riot, insomma, è uno scrittore a turbare i sonni del presidente russo, mentore del premier Dimitri Medvedev. Va detto tuttavia che il nome di Eduard Savenko soprannominato Limonov non è certo noto ai più. Non brilla per fama mondiale, insomma. Nonostante, recentemente, un libro di grande successo e altrettanto valore, opera dello scrittore francese di idee liberaldemocratiche, Emmanuel Carrère, lo abbia celebrato come merita.

E qui sta il punto. Limonov – che oltre ad essere il nomignolo del protagonista è anche il titolo del volume edito da Adelphi – è uno scrittore.  Ma è un “maledetto”. E ha attraversato la vita come pochi altri hanno fatto. E’ stato un barbone. Un omosessuale. Ha posseduto donne bellissime. Ha combattuto con i serbi contro i bosniaci. Dalla parte dei cattivi di Karadzic. Era amico della “tigre” Arkan. Un nome e un uomo, non propriamente passaporto di pacifismo. E bontà d’animo. Ha conosciuto il carcere. E’ stato liberato per ottima, non buona, condotta. Ha vissuto i bassifondi di New York e i salotti di Parigi. Ha respirato l’aria delle alture del Kazakistan.

Ha perso amici. Amiche. Amori. Tre “a” per tre vite diverse. Mille vite diverse, in realtà. Mille vite diverse in una sola. Quella del maledetto Limonov che, di ritorno nella società russa degli anni Dieci del nuovo millennio, ha fondato il partito nazionalbolscevico. Un misto di nazismo e stalinismo senza gli eccessi dell’uno e dell’altro. Ma con la convinzione che quello che grava oggi sull’ex Urss è il peggio del peggio. E, in fin dei conti, di quella CCCP (traduzione dell’acronimo Urss in caratteri cirillici) molto egli vorrebbe salvare. O forse restaurare. Anche stavolta dunque, Limonov è controcorrente.

Ma qui si torna al problema iniziale, cioè l’arresto di cui è stato oggetto per volere di Vladimir Putin. Chi ha letto il volume di Carrère, lo sa già. L’autore francese aveva concluso le sue pagine avvertendo il lettore che Limonov, oggi libero, è soggetto a ripetuti e continui arresti da parte delle autorità moscovite. Fa il buono. Resta dietro le sbarre pochi giorni. E torna in libertà. Fino alla sua prossima alzata di ingegno. Fino al prossimo urlo anti putiniano. Fino al prossimo attacco a uno stato che si ostina a non voler né accettare, né riconoscere.

Qualcosa che puntualmente è avvenuto anche nei giorni scorsi. Nuovo anno, nuovo arresto. Limonov torna in cella. Poi rieccolo a casa. E’ lecito domandarsi però a che gioco stia giocando lo stesso Putin. E soprattutto a chi sia rivolto quel tintinnar di manette. Al personaggio Limonov o allo scrittore Limonov? Nel primo caso anche il presidente russo precipita nella finzione e diventa egli stesso personaggio di una recita delle parti. Nel secondo contribuisce a farsi promoter di uno scrittore che gesti eclatanti stanno contribuendo a rendere sempre più internazionalmente noto. Compresi gli incarceramenti graditi a Vladimir Vladimirovic che così diventa mentore – dopo Medevdev – anche della celebrità di Limonov.

Scherzi della letteratura e della politica. Ma paradossi della realtà.