Il braccio e la mente. Difficile dire chi fosse cosa del duo Zavattini-De Sica, ma certo dal cervello dell’autore emiliano sono usciti il professore, il lustrascarpe e l’attacchino. Rispettivamente “Umberto D.”, “Sciuscià” e “Ladri di biciclette”. Solo per citare alcuni fra i titoli più noti. Sembrerebbe quindi di intuire che De Sica fosse il braccio… Se non fosse riduttivo descrivere così un genio della regia, al quale il cinema italiano in generale e il Neorealismo in particolare devono larga parte dei loro capolavori. Almeno questo sembra di capire dalle pagine di Lorenzo Pellizzari che, Zavattini lo conobbe davvero e di lui ebbe uno scintillante ricordo costituito da una lunga e particolareggiata intervista. “Il mio Zavattini”, pubblicato da Artdigiland, nasce lì. E’ questo e altro ancora.  Ma parlare di Zavattini è impossibile senza scomodare De Sica, tornato a influenzare il belmondo romano, grazie alla mostra monografica, inaugurata venerdì scorso, al museo dell’Ara Pacis.

L’esposizione nulla c’entra con il volume di Pellizzari, un’antologia di ricordi di un giovane giornalista all’esordio, al cospetto di un principe degli sceneggiatori. Con il permesso di Suso Cecchi d’Amico che da lassù non ce ne vorrà. Lei che con Zavattini ha lavorato, interrompendo il prestigioso sodalizio, dopo il litigio Brancati-Zavattini, in cui Suso prese le parti dello scrittore siciliano. Accadde in nome di un film, il cattolicissimo “E’ più facile che un cammello…” di Luigi Zampa, mandato a Venezia nonostante gli stessi sceneggiatori fossero tutt’altro che soddisfatti del loro lavoro. Accadde che Za – come lo chiamavano gli amici – scrisse ai giurati dicendo che il film non aveva seguito le sue indicazioni. E forse per questo mostrava più di una pecca. Accadde che Brancati s’infuriò, come solo i siciliani veri sanno fare. E Suso Cecchi ci rimase male. Se la legò al dito e rifiutò di avere più a che fare con Za…

Un uomo. Uno sceneggiatore. Un mito, per tanti versi, con cui andare d’accordo non era facilissimo. E lo ammise lui stesso. I suoi rapporti difficili con Luchino Visconti. Grande. Grandissima. Immensa stima. Ma due caratteri per i quali era difficilissimo lavorare insieme. E con lui la collaborazione cominciò e finì con “Bellissima”. Con Blasetti andò meglio, ma l’affetto – quello vero – non sbocciò mai. E per rendersi conto di cosa ha rappresentato Zavattini per il cinema italiano occorre scorrerne la filmografia. Un nome domina su tutti. Vittorio De Sica. Ovvero colui che, come nessun altro, sapeva leggere nella mente e nell’immaginazione di quel piccolo emiliano incandescente di Luzzara che nella brumosa e grigia periferia milanese tra l’Ortica e Lambrate seppe fare… un miracolo.

Rappresentare il boom. Gli anni di quei prati che mostravano tracce di un’Italia da ricostruire, mentre gli operai si sedevano in terra, tra un turno e l’altro, con la “schiscetta” in mano. Ragazzi giocavano. Gli amanti si appartavano all’imbrunire. E qualche puttana navigata gironzolava dinoccolata e sghemba. Stralci di una vita vera, che in celluloide diventava sogno. Di scope volanti e ricchezze. Di skyline lontani e un avvenire da assaporare. Palpabile. Erano questi, Zavattini e De Sica. E sapevano di cinema.

Per me Cesare Zavattini è un ricordo. Un libriccino. Non uno scrittore. E’ la memoria di un pomeriggio bigio in una casa di Bergamo. Un sottoscala. In un novembre come un altro. Fine 1985. Un vecchio amico, Alessandro Minardi, tuonava con la voce forte e il foulard annodato in gola. Il tono tipico di un uomo in buona salute ma un po’ duro d’orecchi. Doni di una gioventù crescente. Un parmense adottato dalla Lombardia più chiusa che ripercorreva una gioventù fatta di Guareschi e, appunto, di Za. Ridemmo insieme. Rievocando, lui. Alle soglie degli ottanta e molta vita da raccontare. E ad ascoltare, io, che avevo meno da raccontare, suonati i 26. Ma ridemmo. E ce la ridemmo. Poi lui prese un libro e, in ricordo di quel pomeriggio, passato a restituire vita a Guareschi e ospitare Za, me lo regalò. Non senza una dedica. E così Zavattini entrò a casa mia.

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