Tre generazioni. Gli hippie sono diventati nonni. Gli yuppie restano i carrieristi rampeghini della Milano da bere che, più che una città, è un concetto. Un’idea. Quindi applicabile a qualsiasi metropoli d’Italia  in cui il rampante giovanotto frequenti un mondo di moda, se la spassi senza legami e soprattutto non si sia accorto che di acqua sotto i ponti ne è passata assai. E lui, ahilui, ora viaggia oltre i trenta. Talvolta può perfino essere papà senza neppur accorgersene. E infine i giovanissimi. Quelli veri. Con il piercing e i capelli ramati. In quella terra di nessuno in cui non si è più adolescenti, ma nemmeno donne. Per ora. E quando Layla bussa alla porta di papà, per mano a un nonno  tatuato, in gilè di pelle, con i capelli lunghi e una chitarra nell’altra mano, allo yuppie viene un infarto.

Nemmeno se la ricordava quella tipa, rimorchiata, spazzolata e dimenticata. Una che gli aveva dato una figlia a sua insaputa. E, a sua insaputa, era perfino morta. Lo yuppie Andrea vive così in un mondo fatto di set patinati  e donne per tutte le sere. Si tiene in casa l’amico tonto e fallito che, nella vita,  è anche il regista di “Buongiorno papà”, e vuol cacciare quella figlia che non riconosce. Finirà per cambiar vita. Accettare che Layla è il frutto di un amore. E che quella donna a non avergli mai chiesto nulla è stata anch’essa un amore. Sbagliato per lui e sbagliato per quel padre-nonno-hippie che, solo dopo averla perduta per sempre, aveva capito di non essere mai stato un padre. E ora voleva risparmiare lo stesso destino ad Andrea che lui, da rockettaro incallito, chiamava Andrew. Ma fa niente.

“Buongiorno papà” è un confronto generazionale gestito con garbo e allegria, strappando risate amare e lasciando riflettere su quanti egoismi avvelenano vite. Finché tutto poi finisce come nei film. Perché talvolta non accade solo nei film.

Arriva uno yuppie pentito che ha imparato a fare il papà, e prende in braccio l’insegnante di liceo. In attesa di un principe azzurro mai arrivato. Se non nei sogni di bambina diventata donna in attesa che, già, succedesse come al cinema. E’ una citazione da “Ufficiale e gentiluomo”. Con Raoul Bova al posto di Richard Gere, che sa di blasfemia cinematografica, ma non importa. Non per niente tra l’insegnante e la ragazza si apre una discussione sull’avvenenza del sex symbol americano. Nicchia la diciassettenne tra le smorfie, davanti a un’interdetta prof, che le proibisce il peccato di leso Gere.

Finisce che “vissero felici e contenti”, come in ogni favola che si rispetti, benché la pellicola di Edoardo Leo abbia tutto il diritto di inserirsi nella tradizione della commedia all’italiana. “Buongiorno papà” è un film fatto di film, di richiami a “Et” e Stanley Kubrick. Tradisce omaggi incompiuti. Ricorda musica e musici. New Trolls e Rolling Stones. Il Guccini di “Dio è morto” cantato da quel nonno rock a una festa, davanti a bambini interdetti, con una parrucca fosforescente sulla testa. Uno che offre uno spinello a un nonno pantofolaio ancora inconsapevole di essere tale. Annoiato e disgustato da un matrimonio che stava mandando in frantumi,  quando Layla bussava alla porta di un ignaro papà. E tutto cambiava. Non solo per lei. E nemmeno per lui.

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