Chi fa la guerra non sa fare l’amore

Il prisma poliedrico di una donna. Facce e sfaccettature della condizione femminile nell’Islam. Figlia. Moglie. Madre. I mille volti di una donna. Semplicemente donna. E una vibrante e preponderante denuncia verso una civiltà che offende la natura profonda di quello splendido pianeta al profumo di femmina. Come natura, non come oggetto di voluttà. Come modo di essere. Come ruolo nel mondo. L’altra metà di un cielo spesso torvo. Cupo. Fatto di turbini e nuvole. Dissimulazioni necessarie. Per sopravvivere e sopravviversi. All’ombra di un velo che nasconde volti e sensazioni. Ambizioni ed essenze. La donna che ama piacere e piacersi. La donna. Sola.

Raccontare “Come pietra paziente” del regista afgano Atiq Rahimi senza descrivere Golshifteh Farahani è impossibile. Perché, oltre che raffinata e delicata interprete, con numerosi successi  alle spalle, nonostante i trent’anni ancora da compiere, Golshifteh Farahani è l’emblema  magnifico e il più preciso di quella feroce critica, uscita con straordinario garbo dal film di Rahimi. Lei che dal natio Iran è stata privata dei documenti e poi espulsa per aver rifiutato di indossare un velo, al crocevia tra chador e burqa, sul tappeto rosso di Hollywood come co-protagonista di “Nessuna verità” di Ridley Scott. Era il 2010. E per colpa di foto osè su Madame Figaro, con le sole mani a coprire il seno, è stata bandita dal regime di Tehran. Lei che è stata costretta a fuggire e riparare a Parigi dove ha sposato, a soli vent’anni, un connazionale di sangue misto transalpino. E poi ha divorziato.  Lei che declinando il velo e, con esso, il concetto di donna da nascondere, ha imposto l’onore femminile alla politica di Ahmadinejad. “Indossarlo sarebbe stato come decretare la sua vittoria”.

Golshifteh che nel film di Rahimi – tratto dal romanzo “Pietra di pazienza” dello stesso regista, pubblicato da Einaudi – si racconta davanti alla sua pietra paziente, quella che accoglie confidenze e confessioni. Cuori che si aprono. Parole come fiumi che invadono stanze. Cuori. Animi. La pietra che va in frantumi quando tutto si risolve. Quando la quadratura del cerchio si richiude. E tout se tient. Golshifteh che per Rahimi racconta e si racconta. E’ la donna. Senza nome, perché icona di tutte le donne. E svela i dieci anni di un matrimonio subito. A quella pietra paziente. Un marito, convitato di pietra, che non l’ha mai amata fino in fondo, ma l’ha custodita e protetta. Un marito in coma. Ferito a morte in un insano e folle duello per motivi banali. Contro un rivale della sua stessa fazione. Un marito in stato vegetativo che diventa il paziente ascoltatore inanimato. Come una pietra. Che non ha cuore. Né sentimenti. “Perché se tu guarissi, invece di amarmi teneramente, torneresti a essere quel criminale che sei sempre stato”.

E’ questo il confine di Golshifteh donna. Trova il coraggio di raccontare all’uomo che sta curando e assistendo, senza nemmeno i soldi per le medicine, che cosa si prova a sposarsi con una fotografia. Perché furono nozze combinate da una suocera che voleva regalare al figlio lo strumento per avere un erede. E ne ebbe due. Femmine anche loro. Un racconto a ritroso a una pietra paziente. Fatto dei macabri risvolti di scontri a fuoco alle porte di casa. Dove il coprifuoco blocca il respiro. E Golshifteh deve fingersi prostituta per evitare lo stupro di un soldato, ma scopre il sentimento di un altro combattente che sa fare la guerra ma non l’amore. Racconta tutto Golshifteh. Tutto. Racconta tutto a un marito apparentemente inutile. Inanimato. Come pietra paziente.

Ricorda perché avesse accettato di buon grado di sposare una fotografia. Unica via di fuga per sottrarsi al destino infame toccato alla sorella minore, andata in ostaggio a un avversario del padre che vinse la scommessa più folle. Un combattimento fra quaglie. Dove le figlie contano meno dei più inutili fra i pennuti. Allevati per scannarsi. E quell’uomo dalle tasche vuote aveva ceduto la bambina. Golshifteh era approdata così nella casa della pietra paziente. Ne aveva sposato l’immagine. Forma, ma non sostanza. Ne aveva sopportato e accolto il disordinato assalto sessuale del reduce in astinenza. Alluvione cromosomica di spermatozoi affamati di accoppiamento. Biologia senza tetto né legge. Biochimica impazzita, neutralizzata da una sterilità ignorata. Aveva raccontato anche questo, la disarmante Golshifteh. Aveva confessato che quelle due bambine, accudite, educate e amate non erano figlie della pietra paziente. Ma effetto dei terreni e terrestri uffici di un guaritore, anch’egli incapace di far l’amore, ma ricco di cellule randagie.

Ed è solo davanti a quella sterile incapacità di riproduzione, figlia di un maschilismo ferito a morte e ucciso, che la pietra si rianima e, in un coma ormai vigile, stringe le mani al collo della donna. Trova la forza che il proiettile alla base del collo aveva solo smorzato, finché il coltello di Golshifteh affonda nel suo cuore.  “Tu sei il ferito e io la morta”. L’iniziale approccio della donna a quel coma, a quella pietra paziente, a quel paradosso di vita si ribaltava. Lei, ferita per aver stretto tra le mani il coltello, toglieva vita all’uomo che aveva aiutato con tutte le sue forze a resistere. Anche se talvolta la speranza uccide più di un’arma. Anche se talvolta il coma è una morte che la chimica allontana. Ma resta assenza di vita. E davanti a quel coltello macchiato di sangue guerrigliero, nasce una donna. La donna. E l’amore di un soldato che torna.

Come pietra paziente destinata a rompersi. Quando tutto si chiarisce. E tout se tient.

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