Tutti hanno bisogno di qualcuno che racconti una storia…

Si chiamava Claude e sedeva sempre all’ultimo banco. “E’ il posto migliore, l’ultimo banco. Vedi tutti, nessuno vede te”. Il liceo Flaubert, a Parigi, non era più solo una scuola anonima. Ma un esperimento pilota. Il rettore aveva celebrato l’evento con una decisione contraddittoria. Gli allievi, d’ora in poi ribattezzati “apprendenti”, avrebbero dovuto indossare una divisa standard. Come in collegio. L’omologazione, insomma, smentiva nei fatti quello che avrebbe dovuto essere un luogo distinto dagli altri. Unico. A suo modo. Un istituto che nei fatti lo era, per merito di un insegnante e un alunno. Pardon, un apprendente. Si chiamava Claude, per l’appunto. E sedeva all’ultimo banco. Solo.

Due figure rispolverate dal Chico de la ultima fila del drammaturgo spagnolo Juan Mayorga, alle quali Francois Ozon ha dato spessore e vita in celluloide con il film Nella casa. Claude e il professore sono i due volti di un unico voyeurismo. Un tema che al cinema ha pesanti precedenti. La finestra sul cortile di Hitchcock, L’occhio che uccide di Michael Powell, La morte in diretta di Bertrand Tavernier, Le vite degli altri di Florian Henckel von Donnersmarck. Spie dell’altrui quotidianità. Occhi e binocoli nei ciak del padre di Psycho. Occhi e orecchi nell’agente della Stasi, al quale il regista tedesco fa sorvegliare un commediografo. Il letterato. La penna. La parola. Detta o scritta. Là, come in Ozon riemergono frasi. Agglomerati di concetti. Villaggi di parole.

Claude deve raccontare il suo migliore amico al suo professore. E lo fa a puntate. Ogni tema si conclude come le inchieste sui giornali: “continua…”. Perché quell’argomento, all’apparenza così banale si trasforma in un invito, per Claude, a entrare “nella casa”. Dietro i riccioli di una chioma arruffata e birichina, ribelle e incosciente, si nasconde un compagno di scuola diverso. O forse “diverso”. Ama il basket e odia la matematica. E Claude s’intrufola in quelle mura con il suo sguardo smaliziato di “senza famiglia”, reso ancora più cattivo da quel professore che ha capito come lui solo, su un’intera classe, poteva diventare quello che lui mai è stato prima. Un romanziere.

Nasce così il gusto della storia. L’importanza di una storia. L’abilità nel costruirla. Il fascino nel saperla raccontare. “In ogni momento il lettore deve chiedersi: ed ora… cosa accade ora?” spiega il professore. Claude esegue, ma non fa il compito. Soddisfa quel voyeurismo per interposta persona. S’immedesima in sé e nell’insegnante. Una simbiosi che minerà entrambi, confondendone le identità e fondendo il giovane e l’anziano in un’unica morte che vale però, la vita di una storia. L’amore che porta Claude nelle braccia della madre del compagno di scuola è l’equivalente dell’eros vendicativo che lo spinge a vagheggiare o avere anche la moglie del “maestro”. Donna che, non a caso, gestisce una galleria d’arte contemporanea ironicamente erotica. Fallimentare. Probabilmente una critica ferocissima del regista francese nei confronti di un’iconografia nella quale “mi mancano i volti, i ritratti, i paesaggi”. E il prof, così benevolmente caustico verso la consorte gallerista, è un’ombra che accompagna i viaggi di Claude “nella casa”, quando il film raddoppia il registro e, come per un incantesimo, lo inserisce in contesti a lui preclusi. Da mente creativa a personaggio anch’egli. E forse perfino protagonista.

Una tecnica che ricorda La rosa purpurea del Cairo di un Woody Allen al quale Ozon si riferisce frequentemente in moltissimi tratti. I numerosi dialoghi in casa. Tra salotti e cucine. Dialoghi surreali come i dipinti e le sculture che quella sorprendente donna espone in galleria. Colloqui che ricordano Io e Annie, il film dei due Oscar di Woody. E ancora Match point, analogo per trama all’intreccio di Ozon, che i due coniugi vanno a vedere al cinema. Il tennista professionista al crepuscolo diventa istruttore e stringe amicizia con il suo allievo. Fino al match point che vale la palla della vita. Quando a morire per quell’ex campione della racchetta sono altri. Lo stesso di quanto avviene Nella casa. Un insegnante e l’allievo. Pardon, l’apprendente. In due per costruire una storia. Finirne invischiati. Come accade in Teorema di Pasolini – altra citazione diretta – dove l’ospite contamina l’intera vita di una casa e una famiglia a lui estranea.

Nella casadi Ozon, Claude inquina tutto. Non solo la relazione con il compagno di scuola e sua madre. Non solo i rapporti con l’insegnante, del quale è burattino e burattinaio al tempo stesso. Un po’ come nella natura del regista, allergico alla sottomissione e incline invece a un rapporto di paritario interscambio con il proprio pigmalione. E quando tutto viene adulterato, ecco il match point. A differenza di Woody Allen, però, stavolta nessuno vince.

“Il mio professore aveva perso tutto: la moglie, la casa, il lavoro” dice la voce di Claude mentre egli va a sedersi accanto a lui su una panchina del parco della casa di riposo. E’ l’emblema della sua stessa sconfitta. Senza una madre, ma con un padre disabile. Senza più amore. Senza tetto. Senza più nemmeno la scrittura. Aveva perso tutto anche Claude. E il simbolo di un match point sprecato è un altro libro. Un romanzo. Scritto dal “maestro”, ma da lui stesso rinnegato per qualità, benché elogiato dal giovane Claude. “Lo puoi tenere allora…” gli dice quel vecchio al quale altro non resta se non inforcare gli occhiali e dare vita all’ultimo atto di voyeurismo del film. Sbirciare tra le luci delle case degli altri. Attraverso le finestre. Mille differenti storie. E’ l’ultimo match point. Perché “tutti hanno bisogno di qualcuno che racconti una storia”. Costi quel che costi. “In una notte di tempesta, quale bambino non ha avuto un incubo…. In una notte di tempesta, quale bambino non ha sognato di dormire in mezzo ai suoi genitori…”. Per Claude e il “maestro”, match point perduto.

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ENGLISH VERSION – VERSIONE INGLESE

His name is Claude. Always he took place in the last row’s desk. “The last one is the best one. You see all in a glance and nobody sees you”. In Paris, Flaubert institute was no more a common school, it was got directly a pilot one and the director had celebrated with an inconsistent decision. Students, by the way renamed “those who learn”, should have been wearing a uniform. Exactly like in a college. All with the same look. All alike, in a few word. Uniformity. Right the opposite of what it should be: something different. Rare. Unique.

In facts that was a single school, thanks to a teacher and a student. Sorry, one who learn. His name was Claude, by the way, and took place in the last desk. Alone. Two characters coming from Chico de la  ultima fila by the spanish playwright, Juan Mayorga. They was given life and depth in celluloid by Francois Ozon in the movie In the house. Claude and the teacher are the two faces of the same voyeurism, something with many references in film history. Rear window by Alfred Hitchcock, Peeping Tom by Michael Powell, Death watch by Bertarand Tavernier and The lives of others by Florian Henckel von Donnersmarck. Spies of others daily life. Eyes and binocular in Hitchcock’s movie. Eyes and ears in the Stasi’s agent who survey a a playwright. A novelist. A pen. A word, written or pronounced. In The lives of others come out sentences. Concepts’ conglomerate. Villages made of words.Claude must describe his best friend to the teacher and make it in many episodes. Everyone ends with the same closing: “It continues…” because that apparently stupid idea turns in an invitation for Claude to get “in the house”. Beside  the curly haired, roufled and lazy, rebel and unconscious,  there is a schoolmate, different from all the others. He loves basketball and hates math, Claude get into that house with his cunning gaze of a teen boy without relatives who has made more than bad by that teacher who understood how Calude was the only one in the whole class to get who never he had been before. A novelist.So the taste of the story is born. And the peculiar side of it. The skill in building it up. The charm in telling it. “In every moment the reader must ask to himself: and now.. What is going to happen now?” the teacher explains. Claude follows his suggestion, satisfies that voyeurism through a third person. He deeply identifies himself with the teacher. A symbiosis will undermines both, mixing up identities and fusing the old one and the young one in the same death, which is worth of a story’s life. Love that leads Claude in the arms of his schoolmate’s mother is similar to the vengeful eros that makes him desire the possession of his teacher’s wife, manager of a contemporary art gallery ironically erotic. And bankruptcy. Maybe a very hard critique of the french fildirector about an iconography where “I miss faces, portraits, landscapes”. And the teacher, so nipping with his gallerist wife, is the Claude’s shadow in the trip “in the house”, when the movie shows its double register and, almost like spell, includes him in forbidden rooms. From creative mind to character himself. Even, leading actor. A technique who reminds The purple rose of Cairo by Woody Allen, who Ozon frequently relates to.

A lot of dialogues at home. Between living room and kitchen. Surreal dialogues like paintings and sculptures exposed by the teacher’s wife. Chats inspired by Annie hall, the movie that gave Woody two Oscar. Last but not least, Match point – similar in the plot to Ozon’s film – that the couple see in a cinema. The declining tennis player leaves sport to get instructor and has a friendly bond with his pupil. Till the match point which is worth like the lifeball. When other people die for that old champ. The same as happens “in the house”. A teacher and the student. Sorry, the one who learns. Two brains to build up a story where they remain involved. Like Pasolini’s Theorem, where host invades a family life strager for him.

In the house by Ozon, Claude corrupts everyone. Not only the relation with his schoolmate’s mother and the boy. Not only his friendly bond with his teacher that he is puppet and puppeteer at the same time. A pale portrait of the filmdirector, allergic to the submission and incline to an equal interchange relationship with his talent scout. When everyting is adulterated, here is the match point. Disaccording to Woody Allen, nobody wins. “My teacher lose everything he had: wife, home, job” says Claude’s voice while he reaches the parkbench in the hospice’s garden where the teacher sit. Both symbols of the same defeat. Motherless, with a disabled father. Without any more love. Homeless. Even without writing art. Claude lost everything as well. The symbol of a wasted match point is another book. A novel, written by the teacher and from him renegade but acclaimed by the young Claude. “You can keep it…” says to him that old man with anything in hands, except glasses just for the last voyeurism in the film. Gazing at the lights of others’ homes. Through windows. Thousands of different stories.

The last match point. “People need someone who tells a story”. At any price. “In a stormy night which boy didn’t live a nightmare… In a stormy night which boy didn’t dream to sleep in the middle of his parents…”. For Claude and his teacher, a wasted match point.

 

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