Lasciamo sempre qualcosa di noi quando ce ne andiamo da un posto. Rimaniamo lì anche una volta andati via. E ci sono cose di noi che possiamo ritrovare solo tornando in quei luoghi…

Una notte di pioggia. Diluvio interminabile sui fantasmi. Una sconosciuta in piedi sulla balaustra di un ponte. E un ombrello che vola via all’improvviso. Decine di metri di capitombolo nel vuoto prima che le acque correnti ne pieghino la corsa. E disarticolino le membra di quel parapioggia perduto. Un professore di latino agguanta la giovane donna e la scaraventa per terra al di qua della ringhiera.

“Avete mai pensato che la vostra vita può cambiare in un istante?”

Il senso del prof per la ragazza è il senso di questo film. L’ultimo di Bille August, regista danese di Treno di notte per Lisbona. Il senso di una vita che cambia in un istante. E i sentimenti non c’entrano. Salvare un’esistenza e vederla scomparire un attimo dopo, quando la donna si dilegua lasciando il suo cappotto rosso, zuppo di pioggia, nelle mani dell’insegnante. In tasca vi troverà un libro L’orafo delle parole di Amadeu de Almeida Prado. E un biglietto ferroviario grazie al quale si precipiterà proprio su quel Treno di notte per Lisbona. Sintetizzarne la trama sarebbe limitativo. Nella capitale portoghese quel professore di latino riannoderà i fili di una tragedia, persa nel tempo e ricostruita grazie alle pagine mirabili di qual volumetto dal titolo che assomiglia a una magia. Un incantesimo. Incidere le parole dando loro un valore prezioso. L’unico libro di Prado, medico con la passione della filosofia come chiave di vita.

Nel Portogallo salazarista  che si ribella al dittatore, la politica si intreccia agli affetti. L’amicizia tra due compagni di scuola. L’amore di una donna. L’odio di tutti per l’aguzzino tracotante che spezza vite nella simbologia delle dita maciullate che un pianista non potrà più usare per la sua armoniosa arte. I protagonisti di quella stagione sono ormai uomini e donne che mostrano i segni degli anni. Di un passato non trascorso invano che ha lasciato tracce pesantissime. Quell’insegnante di latino che viene da Berna è il gran sacerdote di misteri che, finalmente, vecchi protagonisti ormai in disarmo o al crepuscolo chiariscono e accettano di rivangare. Perché la vita può cambiare in un istante. Ed è ciò che accade a tutti.

A un professore, che salva una sconosciuta dal suicidio e abbandona la sua quotidianità per scoprire cosa nascondesse quella donna del mistero. A un giovane, che perde la ragazza che ama perché s’innamora del suo migliore amico. A quest’ultimo, che scopre di chiedere a quell’amore ciò che esso non può dargli. Ma cambia anche per un vecchio all’ospizio con i polmoni in pensione che trova il modo di lasciare scialbi pomeriggi fatti di nulla per raccontare il suo passato a un professore mai visto. E ad una donna, nipote di quel vecchio, che s’innamora dell’ombroso docente.

Per tutti è stato un attimo. E’ bastato un attimo. Per accorgersi e scoprire come quel che non accada in una vita possa succedere in un istante. E rivoluzionarla. Capovolgerla. Una sorella abbandonata dal fratello che per lei era tutto. Prima per fuggire con la fidanzata. Poi perché sopraggiunge una morte prematura. E’ il ribaltamento di piani che sanno di tragedia. Piccole e immense, inevitabili angosce che assomigliano ai ritmi dell’esistere. Treno di notte per Lisbona ha le atmosfere sofferte di Sostiene Pereira. Film “portoghesi” di registi non lusitani. Sensazioni impalpabili di follie individuali in contesti di sofferenze collettive. Lacrime e repressione della libertà. Relazione connessa. Intricata. Avviluppata. Trappola, cui l’uomo reagisce con l’unica arma che possiede a costo zero.

“Un desiderio – surreale e nostalgico – di ripartire ad un punto della nostra vita ed essere capaci di prendere una direzione completamente differente da quella che ci ha reso ciò che siamo”.

La riflessione finale che Bille August lascia in eredità allo spettatore prima dei titoli di coda. Dilemmi. Sul rientro a Berna più ricco di umanità e forse più povero di speranze. Consapevole delle proprie sconfitte ma persuaso che basti un attimo, un solo attimo, per sentirsi vivi davvero. Un attimo che giustifica – o forse compensa – vite talvolta piatte. Occasionalmente anonime. Fatte di traduzioni di latino in un’anonima aula di un liceo qualunque. E il Prof riprende il treno per tornare in quell’abulica e apatica quotidianità. Perché ha vissuto. Ha salvato una donna dal suicidio. Ha ricostruito mosaici di esistenze frammentarie. Di mondi perduti, improvvisamente ritrovati. Dietro il volto di una sconosciuta nella pioggia, che voleva uccidersi per non essersi saputa arrendere ad altre mancate lacrime. Quelle di chi non pianse la morte di suo nonno, ex aguzzino di Salazar, che lei nipotina sapeva solo amare.

Riscattata da un insegnante casuale e da una verità poi ricomposta, anche lei ha vissuto. Come i tanti volti che affollano questa storia ricavata da un romanzo dello svizzero Pascal Mercier. Volti che hanno lasciato in qualche angolo di mondo la piccola immensa parte di sé che solo là potrebbero ritrovare. Anche dopo essere andati via. Parti di vita. Parti di vite. E parti di noi che possiamo ritrovare solo tornando in quei luoghi. Perché forse per ogni cuore esiste un ponte… Forse.

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