Non sono un sicario, né un assassino. Ma nessuno di quelli che ho visto morire, lo voleva davvero. Tutti, seppur disperati, erano attaccati alla vita.

 

Miele è un nom de plume. Un soprannome, diremmo oggi. All’anagrafe è Irene e di mestiere assiste i malati terminali. Non con lo spirito della crocerossina, ma con quello di chi vuol abbreviare sofferenze. Accelerare le tappe che patologie sbagliate hanno imposto a innocenti. Irene è Jasmine Trinca. E ricorda la mamma, spentasi fra atroci tormenti. Vuole che quelle angosce non siano più di nessuno. Sulla sua strada il caso le mette un anziano ingegnere, in perfetta salute, ma con un conto aperto con la vita. Non ha più interesse. Né interessi. E vuol farla finita. Quando Miele se ne accorge, vuole indietro i farmaci che aveva procurato alla disperazione e alla depressione di quell’uomo, ma non ne trova traccia.

Finisce irretita da quel personaggio così più anziano e comunicativo di lei, che aveva nascosto a tutti la sua professione e si era privata anche di una vita, adattandosi a un legame sentimentale con il marito di un’altra cui non doveva tuttavia la verità sulla propria quotidianità. L’ingegnere dal male oscuro diviene amico di Irene. Entra nella sua anima. Obbliga quella giovane avvenente donna a riflettere su ogni cosa. La lucida follia, ”Bisogna essere terminali per aver il diritto di scegliere?”. Il piercing sulla lingua, “L’imbecillità contemporanea è senza scampo”. Le chiacchiere di curiosi e conoscenti, “Se mi buttassi dal quinto piano, morirei. Ma sa che cosa direbbe la gente… Per carità!”. La vita individuale, “Ma lei non ce l’ha un fidanzato con cui passare il sabato, invece di cercare me…”.

Infatti la vita di Irene è fatta di soldi. Tanti. E morti sporcate da quel denaro cui lei tenta di macchiare consumando sesso sbrigativo. Nuoto schizofrenico. E vita a cento all’ora.

Quell’uomo, però, improvvisamente diventato una guida, finisce per illuminarle il cammino. E Miele torna sui suoi passi. Smette di assistere i morenti. O moribondi. O morituri. E, dopo che l’ingegnere le restituisce finalmente i medicinali della dolce morte, da Miele così a lungo rincorsi per paura che li potesse usare, la ragazza decide di tornare a fargli visita. La sua eredità erano stati un paio di occhiali da sole, forse appartenuti a una moglie da cui si era lasciato ancor giovane. Ma quando Irene giunge sui gradini del palazzo dell’ingegnere trova curiosi. Polizia. Nastri di delimitazione. E un lenzuolo bianco in terra.

Era la risposta. Non occorre essere terminali per aver il diritto di scegliere.

Miele è un film di Valeria Golino, all’esordio cinematografico come regista dopo qualche cortometraggio, e andrà a Cannes. Fuori gara. “Un certain regard”, dicono loro. Un certo sguardo, diremmo noi. E dopo La bella addormentata di Bellocchio e Amour di Haneke, parlare di eutanasia non è facile. Una splendida Jasmine Trinca ci rappresenterà Oltralpe, con le nostre contraddizioni e i nostri tabù. L’Italia non è un Paese per vecchi. Ma nemmeno per ultras del progressismo. O per anti cattolici.

Miele nasce per ispirazione di un romanzo, Vi perdono di Angela del Fabbro, a sua volta confluito nella trama di A nome tuo di Mauro Covacich, entrambi pubblicati da Einaudi. E non è un film confessionale. Tuttavia ha molto della cronaca di una retromarcia. Irene lascia una professione clandestina per tutti. Perfino per lei stessa. Orfana di una vita. Cane sciolto sui sentieri di affetti irriguardosi e fisicità bagnate. Gelosie striscianti. E quotidianità illegali. Ma soprattutto abbandona per una resa. Una testimonianza. Nessuno voleva veramente morire, pur nella disperazione. E nella presa d’atto – ultima, laconica, sanguinante – di non essere un’assassina, ma di essersi sentita tale.

Eutanasia come scelta sbagliata. Scandita anche dalle pressanti e insistenti domande al malato. “Possiamo sospendere il trattamento in qualsiasi momento”. E una morte che si chiama wodka, per paura di chiamarla con il suo nome, quando ti guarda in faccia. Con sguardo torvo, ma espressione ammiccante. Tuttavia è anche la convinzione di non saper né poter uscire da quello scacco pericoloso, fatto di un malattia che non ammette il perdono. E conduce su una strada con un’unica meta. Impossibile deviare. Ma solo affrettare. Per questo la scelta è dolce come Miele. La chiave di lettura non sembra avere un sapore confessionale, non ci sono sacerdoti a dettare la linea, ma cuori infranti tanto più attaccati alla vita quanto più lontani da essa.

Quando non è la diagnosi di un medico ad avallare il diritto di scegliere se accelerare i balzi verso il passaggio nell’Aldilà. Ma un male oscuro. Di quelli che non sembrano esistere, ma vivono sottotraccia. Come morti apparenti. Che per Irene non hanno il diritto di essere considerate morti possibili, fin quando non diventano reali. Fin quando il corpo di un uomo sul marciapiede non innescherà la retorica popolare e renderà valida la diagnosi che nessun medico ha mai scritto. Né curato. Solo allora si scoprirà che l’anima – qualsiasi anima – sarà libera di volare leggera. Sospinta dall’aria. Verso il cielo. Anche laddove leggende dicono che la cupola di una moschea sia stata costruita sfidando leggi fisiche e utilizzando le correnti d’aria dal basso per sostenerla. Via. Libera. Nel cielo. Come un foglio di carta su cui un uomo ha la testa di un labrador. Gli unici esseri viventi che avevano ceduto ad esseri umani il loro zucchero per una dolce morte. E così sia.

 

 

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