-O mi ammazzi tu o ti uccido io

-E’ la più bella dichiarazione d’amore che ho mai ricevuto

 

 

 

Il confine tra vita e morte. Esistenze al capolinea. Fuggite e riaffermate. In un bisbetico e azzardato gioco con la rivale oscura. La morte, appunto. Fino a un braccio di ferro finale in cui un paradiso fatto di coniglietti che vanno d’amore e d’accordo con volpi, truci solo all’apparenza, la dice lunga sul destino che forse ci attende e, allo stesso tempo, sulla valle di lacrime da dove, nonostante le continue recriminazioni, nessuno vuol scappare. Il motivo della fuga è centrale e dominante in Ti ho cercata in tutti i necrologi, di Giancarlo Giannini che oltre ad essere il regista è il protagonista con Silvia De Santis e Frank Murray Abraham sempre a suo agio con cineasti nostrani, a dispetto del suo italiano piccino piccino. Ma tant’è. Il film girato in Italia solo negli interni e nei luoghi originali per gli allestimenti esterni, rigorosamente in lingua inglese con preferibili accenti di intonazione nordamericana, non fa mistero di ambizioni internazionali, almeno quanto a diffusione.

Il poker di Nikita, un ex calciatore ridottosi a fare il becchino a Toronto dopo essersi trasferito oltreoceano per colpa di un incidente stradale, è il gioco con il destino. Con l’oscurità di una sorte sfrontata che lo pone davanti alla più coraggiosa delle sfide. Dopo vincite ripetute che facevano cullare al beccamorto il sogno di comprarsi una fiammante Mercedes, arriva la perdita. Il crollo di tutto. Nikita resta solo con gli eccentrici costumi nei quali si nasconde per le bizzarrie erotiche con la sua compagna. E gli resta il debito con i creditori. Non ha soldi per pagarli e deve accettare il ricatto. Diventare il bersaglio di una battuta di caccia in cui rischia di essere impallinato e soddisfare l’ego assoluto di quegli spudorati e immorali giocatori che non temono di uccidere pur di avere il loro trofeo umano, oppure riuscire a farla franca. Dopo venti minuti la sessione dei cacciatori si concluderà e Nikita, resistendo, avrà salva la vita e il portafogli.

L’infernale scommessa si trasforma in altro. Nikita, dapprima impaurito, proverà gusto a sfuggire ai fucili assetati di sangue e ogni volta che vincerà – solo contro tutti – interpreterà quel successo come la vittoria della morte sulla vita. La beffa inflitta a chi vive per seminare morte. In questa sorta di roulette russa che avrà ambientazioni sempre diverse il becchino s’imbatte in una donna giovane e fascinosa. Si scontra con il suo mistero, fatto di sorrisi angoscianti. E musiche cupe, come solo i brani classici sanno essere, quando vengono accoppiati a tenebrosi caratteri. Hélène parla attraverso la musica e le sue sardoniche risa. Ammalianti e travolgenti. Nikita precipita nel turbine di quella donna che sposa nudità seducenti ad occhi che brillano per la loro sprezzante cattiveria. Entra in quel cono d’ombra per trovare la chiave del mistero, ma ad inghiottirlo sarà quel confine tra vita e morte. Amore e odio. Fascino e ripulsa. Seduzione e gioco. E la caccia all’uomo si trasformerà, fotogramma dopo fotogramma, in un cupio dissolvi in cui il bersaglio Nikita, che nel frattempo ha coronato il sogno di comprare l’agognata Mercedes, si lascerà sfidare con il desiderio di farsi uccidere e di non uccidere più – come in passato – la fame di morte dei suoi cacciatori.

Hélène è la donna del mistero di cui il cinema peraltro abbonda. Lo era stata la Jeanne Moreau di Eva, un film del 1962 di Joseph Losey e Jane Fonda in Una squillo per l’ispettore Klute (1971) di Alan Pakula. In un filone che potrebbe annoverare altri esempi, si inserisce una Silvia De Santis che, al pianoforte, svela a Nikita una sfaccettatura di sé. “Avrei potuto ucciderti. Sono falsa. Immorale. E infelice”. Hélène, che fatica a sostenere un dialogo che non sia frivolo e superficiale, affida la confessione alle sue dita affusolate che insistono magiche su tasti classici fra Schubert e Chopin. L’impenetrabile figlia dell’indecifrabile è una cacciatrice di uomini nel senso più letterale e per nulla metaforico. Sparare per uccidere è la sua vocazione. E’ al centro di un triangolo dove gli altri due cateti sono il tessitore del gioco (Murray Abraham) e quel becchino che la sorte mette sempre faccia a faccia con la morte. Per mestiere. Per competizione. E per… piacere. Un triangolo che è un altro anello di collegamento con Jeanne Moreau, protagonista di Jules e Jim dove il tema è enfaticamente trattato da un Truffaut che ne ha fatto un perno dei propri teoremi e della propria cinematografia. Triangolo che si materializza nell’ultima scena con i protagonisti a drammatico confronto.

La vita dunque è la caccia all’uomo che qualsiasi paradiso cancella. Caccia ai segreti. Caccia a una maschera da smuovere. Caccia a un sogno da inseguire. Caccia al proprio simile da eliminare ed esibire come trofeo. Caccia al denaro, passaporto di desideri. Caccia a un destino cui dimostrare di essere migliori. Caccia e basta. Nascosta dietro l’equivoco di un gioco perverso in cui nessuno vuol essere la preda. Come Nikita che interpreta quelle battute venatorie alla stregua di un braccio di ferro in cui si sforza di sconfiggere i rivali. Una partita a scacchi per perfezionisti. Salvo poi accorgersi che uscire da quel labirinto e da quel gioco fatale è forse impossibile. Resta un confine. Labile. Oltrepassarlo o desiderare di superarlo non è impossibile. Poi. Solo poi. Sarà pace…

 

 

 

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