-Billy ha violentato e ucciso una ragazzina di sedici anni…

-Avrà avuto le sue ragioni

 

 

 

Nella società maschilista e violenta, prevaricante e opprimente tra droga e sfruttamento della prostituzione anche minorile, la “regina” è una donna. Grande burattinaia di un sottobosco alla perenne ricerca di giustizia fra le pieghe di un mondo che giustizia non ha, questa attempata virago possiede un concetto di equità che confina con la vendetta. Siamo a Bangkok, metropoli da 12 milioni di abitanti, in galoppante progresso tecnico, dove però la vita continua a non valere un soldo. Una palestra di pugilato che nasconde un traffico di droga e donnine compiacenti a concedersi anche per il puro piacere da voyeur. Mirare e rimirare chi soddisfa se stessa. Ma quando il boss dello spaccio viene ucciso per aver assassinato una squillo minorenne si innesca la spirale di violenza. In cima alla piramide il braccio di ferro inedito tra la perfida e sboccata signora della morte, icona della rivalsa e della violenza e un poliziotto in pensione, venerato come un dio in terra dai suoi trasognati seguaci. In questa terra di nessuno ad avere la meglio sarà un onnipotente in miniatura, davanti al quale i fedelissimi in visibilio si commuovono e cedono all’estasi ascoltandone il canto.

Solo Dio Perdona di Nicolas Winding Refn è un’antologia del pulp più spinto con sangue che gronda oltre lo schermo, arrivando a lambire i piedi dello spettatore. Violenza pura, ma non fine a se stessa, perché il film si offre a una doppia chiave di lettura e interpretazione. Una prima di ambito sociale ritrae una città inferno in cui non solo si arriva a uccidere per pochi bigliettoni, ma si osserva freddamente, distaccatamente e senza tradire emozione lo scannamento di uomini e donne. E’ una vita senza prezzo e senza costo. Una vita allo sbando in cui l’ex poliziotto con il suo individuale codice di valori amministra un perdono che di rado arriva e più spesso coincide con una forma di tortura e supplizio inappellabile. Come è inappellabile il verdetto di uno dio senza cuore e senza morale che affida a scimitarre e spuntoni il compito di ferire. Accecare. Perforare orecchie. Sfregiare volti. Trapassare corpi.

In questa infernale società in cui l’uomo sembra una volta di più il prevaricatore dell’indole e della natura femminile, risalta invece una completa superiorità della donna sull’uomo. La virago – Kristin Scott Thomas – ne è l’emblema, ma non è il solo caso. Il suo parlare volgare fa rima con una capacità decisionale che suo figlio – un Ryan Gosling, attore feticcio di Refn con il quale ha già girato Drive – non possiede. E’ succube della sua autorità. Del suo potere. E’ quasi un gioco nelle sue mani e lei si permette di stropicciarlo, maltrattandolo davanti a un’altra donna. Stavolta completamente diversa. Silenziosa. Quasi muta. Ma, con ciò stesso, di maggior polso rispetto a quel bamboccio così facilmente manovrabile e suggestionabile come i sicari a pagamento dei bassifondi tailandesi. O gli spacciatori a tempo perso. E i giustizieri di una notte sempre troppo corta per non finire prematuramente al cospetto di quel dio da strapazzo con scimitarra annessa.

A questa prima analisi si sovrappone un secondo livello di lettura che consente di considerare Solo Dio Perdona come un’ambiziosa, seppur deludente, rivisitazione del mito di Edipo, calandolo nell’attualità del terzo millennio. In una Bangkok immondezzaio umano a cielo aperto, arriva un uomo fuggito dal passato dopo aver ucciso il padre. Lo stesso uomo che rifiuta di vendicare il fratello più aitante, più prestante di lui almeno agli occhi della madre che lui vuol invece conquistare. Una donna che lo strapazza e lo maltratta. Lo umilia e lo sminuisce. Lo svilisce davanti a una fidanzata per quanto finta che gli domanda perché accetti così supinamente tali soverchierie. “E’ mia madre” urla lui a squarciagola come se i decibel potessero aumentare la sproporzione fra il suo spessore – minimo – e quello di una madre in delirio di onnipotenza e di disperazione per aver perso in quella macelleria orientale il figlio prediletto. Uno che può permettersi stupri e omicidi, perché superdotato.

La rincorsa del fallito Julian è l’eco dell’Edipo classico che, a sua insaputa, sposa la madre Giocasta dopo aver ucciso il padre Laio. Il sogno di soppiantare il genitore del proprio stesso sesso per accoppiarsi con l’altro. Il complesso edipico freudiano che anche Jung aveva incluso nelle teorie psicoanalitiche. A suo modo, Julian vuole quella virago che lo svilisce. Uccide il padre. E nella scena finale, davanti al cadavere della madre, squartato dal dio giustiziere che ne aveva punito la crudeltà, Julian inserisce l’intero braccio in quel ventre sventrato, allegoria fallica di una penetrazione che ha il sapore del possesso materno.

Solo Dio perdona è un film per stomaci non suggestionabili, girato con un tecnica che lo avvicina moltissimo al teatro nel quale la rappresentazione edipica, dall’antichità classica a Hoffmansthal e Dürrenmatt, ha sempre trovato la sua cornice ideale e più appropriata. I lunghi silenzi, intervallati alle spesso ridotte battute dei protagonisti, sono il contrappunto che avvicina questo thriller sanguinario alla recitazione dal vivo. Mentre il mito greco torna a farsi celluloide.

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