Ha un fascino vintage il profumo di un’autobiografia. Sa di stralci di vita vissuta. Sa di bilanci. Sa di esperienza. E’ storia. Reale e fantastica al tempo stesso. E’ un misto di sogno e accadimento. Di traguardi mirati e obiettivi centrati, accanto ad altri falliti. Non sempre per proprio demerito. Quando muore Raissa Maksimovna è il 20 settembre 1999. La fine di un secolo. E la fine di un uomo. Quello che le rimase legato dai teneri anni dell’università. Le prese quella mano che non lasciò più. Quell’uomo, Sergei Michailovic Gorbaciov, sarebbe diventato lo statista che avrebbe imposto la sterzata all’Unione sovietica, traghettando quell’immensa nazione verso il libero mercato e l’Occidente, lasciandosi per sempre alle spalle lo stalinismo e i suoi disastri. Si chiamò perestroika. E fallì. Ma l’Urss, passata attraverso la Csi, alle liberalizzazioni giunse comunque.

Eppure Gorby ci provò a ribaltare quel potere che sapeva di vecchio e ora, nelle sue pagine di biografia politica e non solo, dal titolo Ogni cosa a suo tempo (Marsilio, pp. 496, euro 20), racconta quell’esperienza politica spiegando con lucidità disarmante le pieghe e i retroscena di uno dei regimi più conservatori e conservativi della storia del Novecento. L’ex segretario del Pcus prende le mosse dalla propria famiglia. Ne racconta la genesi e le origini, illustra la sua gioventù a Stavropol, i suoi rapporti con i genitori di Raissa e viceversa. Uno spaccato confidenziale tutt’altro che sterile perché mostra i veri problemi della quotidianità russa. Le difficoltà di inverni che penalizzavano la vita e la resistenza di uomini e animali. E in molti casi impedivano la sopravvivenza. Allo stesso tempo, quell’affresco tratteggia i doveri di un politico in erba nella propria regione di origine.

Via via che si procede nella lettura le testimonianze diventano appassionanti. Gorbaciov sembra condurre per mano il lettore nelle recondite stanze del Cremlino, dove si amministrava una nazione impenetrabile per chi, all’Occidente, visse di riflesso – dall’ascolto di telegiornali e cronache politiche – le decisioni prese dietro quella cortina da cui nulla filtrava. E l’ultimo presidente dell’Urss svela caratteri e debolezze, pregi e difetti, vittorie e sconfitte dei nomi più noti del tempo, che l’Occidente conobbe solo da lontano. Yuri Andropov e Kostantin Cernenko escono da quelle pagine con il loro privato fatto di preoccupazioni – per il primo – assediato dagli ex brezneviani e di impossibilità per la cagionevole salute del secondo a guidare l’Unione sovietica, che peraltro già mostrava i segnali di un’involuzione e di un’assoluta necessità di rinnovamento. Come Gromyko, grande vecchio anche dell’avvio dell’era Gorbaciov o, più indietro nel tempo, Aleksei Kosygin che pagò una progressiva emarginazione da cui mai più si riprese.

E i legami con i leader occidentali. Il presidente americano Ronald Reagan con il quale si intensificò il dialogo sulla progressiva diminuzione degli armamenti. Con la lady di ferro Margaret Thatcher che Gorbaciov incontrò a Londra. Con il cancelliere Helmut Kohl.

Lezioni di storia contemporanea che raggiungono il punto più alto nella descrizione dettagliata di quello che ad Ovest fu definito il golpe. Il tentativo di scalzare Gorbaciov dal potere fallì, ma non fallì il boicottaggio del suo più acerrimo nemico, quel Boris Eltsin che non è sopravvissuto agli eventi ed è morto, ucciso dall’alcol e da altri mali, ma ha regalato alla Russia il suo delfino. Vladimir Putin che a tutt’oggi tiene le redini del Paese in primo piano o da dietro le quinte. La parabola di Eltsin che segnò il tramonto della stella gorbacioviana e della perestroika, fa rima con l’anelito insofferente verso una libertà da mordere a tutti i costi. Senza più attendere. Il desiderio di accelerare a ogni costo una totale liberalizzazione di merci e mercati fece solo il gioco della classe più spregiudicata che appoggiò quelle manovre sotterranee per liquidare Gorbaciov e la perestroika, arricchendosi a dismisura per l’acquisizione di beni e servizi di appannaggio statale. Si attraversa così più di mezzo secolo di storia russa, vista con gli occhi e raccontata dalla penna di chi visse da protagonista quegli anni tormentati. Una lettura che arricchisce e permette di comprendere nel profondo e da vicino le trasformazioni della roccaforte socialista, considerata incrollabile fino a metà degli anni Ottanta. E poi crollata.

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