Alla chetichella. Il cinepanettone finisce come era cominciato. Erano i primi anni Ottanta, quelli degli yuppie e della Milano da bere. Quelli che Cortina… è qui dietro l’angolo. Quelli che… il sole ai Caraibi. Quelli che… l’Africa e l’amichetta un po’ così. Bella, soda e tutto pepe. Quelli che… la famiglia è sacra, ma s’inventano una fuitina off side nella stanza di fianco alla moglie ignara. Che poi così ignara resta per poco e immancabilmente scopre l’inghippo, mandando a gambe all’aria colei che le gambe all’aria ha già. Quelli che… la gag la fa da padrona. La costruiscono. La fabbricano. E ne fanno un tormentone.

Insomma è uno schema, come direbbe qualcuno, pazzo di calcio o di fantacalcio. E, a suo modo, il cinepanettone sembra uno sport nazionale. O, forse meglio, un rito e, come tutti i riti che si rispettino, va in scene alla feste consacrate. Natale in testa. Poi, dopo vent’anni di repliche più o meno differenziate, arriva De Laurentiis che azzarda. Mai più. E siccome in ambito di cinema ben si sa che Mai dire mai, solo il tempo renderà giustizia al “mai” targato De Laurentiis e al lettore, come allo spettatore, non resta che armarsi di santa pazienza e stare a vedere se avrà avuto più ragione il produttore napoletano o il celebre titolo premonitore di 007.

Sia come sia, la casa editrice calabrese Rubbettino, che ha una contenuta ma prestigiosa collana di cinema diretta da Christian Uva, ha mandato in libreria il volume Fenomenologia del cinepanettone (pp.158, 14 euro) scritto da uno studioso accademico irlandese, Adrian O’ Leary, e il punto non è certo che questo bistrattato genere di film approdi all’università perché, si sa, anche il costume fa storia. Piuttosto, il fulcro appare la dimensione assegnata a questo genere di commedie comiche che equivalgono a un’industria nell’industria. Se infatti il cinema è forma puramente imprenditoriale, le pellicole che hanno rasserenato a vario titolo le feste di Natale più o meno recenti, altro non sono se non produzioni in serie finalizzate al guadagno. Ovvero altre mini industrie.

Nessuno di questi film ha mai avuto la pretesa di ritagliarsi un ruolo e una parte preponderante nella storia della Settima arte, ma è chiaro che le tecniche per strappare la risata e i riferimenti all’attualità contemporanea di ciascun film li rende, per larga parte, testimonianze di un pezzo di storia sociale del nostro Paese. Con tutti questi ingredienti, il termine “fenomenologia”, che può suonare sovradimensionato rispetto all’argomento, trova invece la sua esatta proporzione. Perché all’interno di uno schema, reiterato e ripetitivo, cambiano profondamente gli argomenti  trattati. Nonostante il cinepanettone sia un filone bistrattato, irrimediabilmente criticato dalle stesse persone che lo corrono a vedere e rivedere. Nonostante produca, in più di un caso, stereotipi al centro delle critiche, come lo svilimento del corpo femminile che O’ Leary dimostra essere largamente inferiore nelle proporzioni alla ridicolizzazione del fisico maschile. Senza traccia di machismo, l’uomo del cinepanettone è una macchietta che non riesce mai a mettere in discussione o a gettare nel ridicolo la controparte, ma finisce irrimediabilmente per essere la caricatura di se stessa.

In questa prospettiva sembra dissolversi una buona fetta dei più ricorrenti e popolari attacchi ai vari titoli a sfondo natalizio che hanno visto figure emblematiche della comicità italiana accanto alla riuscita coppia Boldi-De Sica, da qualche anno anch’essa entrata in una crisi artistica che ne ha distanziato le posizioni. Il libro di O’ Leary scompone l’intero filone inserendoci le proprie impressioni personali di straniero che impara a ridere in italiano e conclude la trattazione con una tavola rotonda alla quale partecipano i principali protagonisti del cinepanettone dai vari versanti. Registi, produttori, attori, critici e non solo si confrontano su un genere che il desiderio di voler forzatamente coincidere con la politica spinge a considerare come colonna sonora del berlusconismo. Un’accusa risibile e ridicola che forse è l’ultima battuta spiritosa del cinepanettone al tramonto.

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