-Dimmi, cosa ti regalava papà: rose, dolci, diamanti…

-No, solo corna

 

 

 

Teatro. Vita. Cinema. Realtà incompatibili al crocevia. Artificio e quotidianità. Quando la macchina da presa gira tra quinte e palcoscenico il prodotto è fatica. Tra cinque minuti in scena dell’esordiente Laura Chiossone conferma il sapore acre della claustrofobia da cui esce Gianna – una Gianna Coletti dalla sorprendente rassomiglianza fisiognomica e vocale con Mariangela Melato – in ballottaggio tra un’esistenza giornaliera intrisa delle difficoltà dell’assistenza umana, morale e sanitaria all’anziana madre ormai cieca, giunta alla fine dei suoi giorni, e il suo mestiere di attrice. La circostanza vuole perfino che in allestimento ci sia una pièce imperniata su una figlia che assiste una bisbetica genitrice in tarda età. Vita e arte corrono su binari paralleli. Un’attrice immersa nel metodo Stanislavskij da una sorte nemica. E vita e arte camminano su identici sentieri fino al momento dell’apocalisse, la morte di quell’anziana donna coincide con la sospensione delle prove dello spettacolo perché, a corto di fondi, non si va in scena.

Languiscono i contributi e si defila il produttore, marito in crisi coniugale di una delle teatranti, dalla quale si stacca, fuggendo con l’avvenente lolita di turno. Ma ad andarsene in questo contemporaneo addio è anche la vecchia madre di Gianna. Sembra la fine, ma la vita – in palcoscenico come al cinema e forse nella realtà – talvolta offre una prova d’appello. Il deus ex machina teatrale non può restituire i battiti al cuore ormai immobile dell’anziana, ma riesce a ridare pur sempre vita. A beneficiarne è il teatro. Quella compagnia fatta di eterogenei personaggi, in lite con la propria autostima e permalosità, ritrova il modo di andare in scena per un trucco con beffa ai danni di quel fedifrago. E’ l’oca di turno a vendicarsi, ritrovando il mordente perduto e, alla fine, solo il teatro riesce a restituire quella vita artificiosa e finta a un’esistenza realmente troncata. Gianna può riprendere ad assistere la mamma. Stavolta è solo finzione, ma ha il sapore di un trionfo. Un successo contro un destino avverso che ne aveva boicottato i giorni offrendole in una drammatica falsariga il confluire identico di vita e finzione.

Il film è costruito tecnicamente in modo attento, per lo più in interni, con pochissimi scorci di una Milano individualizzata e poco solidale, ma si tradisce invece attraverso la contraddittorietà in cui i segnali degli anni Settanta si mescolano anacronisticamente ai simboli dei tardi anni Ottanta. Ecco così che in scena si nota ancora uno dei vecchi telefoni con la rotella, mentre le attrici comunicano con le quinte e l’esterno per mezzo di comodi e maneggevoli cellulari. Passato e presente si mescolano e si accavallano nei racconti di famiglia. Un’anziana che ricorda vecchie canzonette e le sofferenze dell’uomo che le ha regalato una figlia, ora al suo capezzale, pur avendo una moglie altrove. Canali differenti che convivono all’interno della stessa unità narrativa attraverso modulazioni differenti, il bianco e nero tramite il quale lo spettatore assiste alle prove dello spettacolo teatrale in allestimento, in contrapposizione al colore della vita reale, quasi che quest’ultima acquisisca maggiore vitalità per mezzo della connotazione cromatica. Un dettaglio che invece, nell’arco del film, riesce a conferire una connotazione di più intensa drammaticità sia per la triste specificità dell’assistenza alla terza età sia per il fatto di rivelarsi come elemento di fusione, quando Gianna si serve della collaborazione della madre per imparare una parte del copione e provare l’intonazione della voce.

Vita reale e vita teatrale si amalgamano in un tutt’uno talmente coeso che, per certi versi, si rischia di non saper distinguere dove finisce una e comincia l’altra. Ma in questo insolito cocktail finisce coinvolto anche il cinema e, quando la Settima arte si occupa di teatro, l’esito può essere pericolosamente compromettente. Ognuna di queste discipline ha la sua localizzazione naturale e difficilmente – forse solo nel Truffaut dell’Ultimo metrò – il teatro riesce ad acquisire piacevolezza quando a inquadrarlo è una macchina da presa. Il gioco riesce al regista francese grazie allo stratagemma di rappresentare storie di teatro e non quest’ultimo in presa diretta, come invece avviene nel film della Chiossone. Il teatro non ha mai avuto un grande appeal attraverso il cinema e la televisione. Quando cala il sipario lo spettacolo è davvero finito. Non come al cinema dove la sorpresa giunge anche dopo cesure apparentemente definitive. Stacco sul nero e il volto di Gianna che racconta. C’è ancora altro da dire. La macchina allarga il campo di ripresa. Non tutto si è ancora compiuto. E anche quando scorrono i titoli di coda a qualcuno verrà voglia di andarsene. Non lo faccia. Occorre costanza. Ma alla fine una voce ne richiamerà l’attenzione. Il cinema non pretende premura, se si vuol conoscere chi vincerà la sua scommessa con il teatro. E forse con la vita. Attraverso l’occhio di una macchina da presa.

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