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Una ragazza scannata nel giardino del college. E un sospettato troppo sospetto per non essere l’autore del misfatto. Il capro espiatorio perfetto per essere appunto… capro espiatorio. Ma, si sa, al destino non si sottrae talvolta nemmeno l’evidenza. E il delinquente per statuto diventa la seconda vittima. Questa però viene assassinata da due belve, loro sì insospettabili, ma allo spettatore non si toglie suspence nel rivelarlo perché è il regista stesso di Blood, Nick Murphy che già diresse 1921 – Mistero a Roockford e Occupation, a svelarlo già nella prima parte del film. A questo punto è legittimo chiedersi che razza di giallo sia una pellicola in cui dopo mezz’ora è chiara vita, morte e miracoli di un paio di malcapitati e altrettanta biografia dei relativi sicari.

Blood, onesta operazione cinematografica ma niente di più, scava a suo modo in un sottobosco di controverse figure, piegate da psicologie fragili. Due ispettori con un passato in balìa di un padre autoritario come lo è un poliziotto che non perdona ma punisce, ormai preda di una completa demenza senile che gli lascia solo barlumi di lucidità. E un presente sconclusionato, fatto di famiglie traballanti o in faticoso assestamento. Due fratelli poco pratici di delitti, vissuti dalla parte dell’omicida e goffi nel loro tentativo perenne di fuggire alla candida inconsapevolezza e semplicità di una figlia che scopre il padre a eliminare gli abiti dopo la mattanza. Due incapaci di affrontare le responsabilità.

Il tessuto è pasticciato e il tema di fondo, espresso nel sottotitolo “La verità non resta mai sepolta a lungo”, risulta troppo debole per saper sostenere un compitino didascalico che toglie apprensione allo spettatore, dopo solo mezz’ora in grado di uscire dalla sala, con la soluzione già in tasca. L’ambizione autoriale di Murphy di paragonare il film a Mystic river è perfino sproporzionata. Legittima quanto improponibile. Laddove l’opera di Clint Eastwood risulta ben costruita, ricca di uno scavo interiore nei personaggi, che la rendono avvincente e interessante nel tentativo riuscito di dare vita a figure di frastagliato e differente spessore, Blood risulta invece estremamente lineare e scontato. Perfino prevedibile in ogni sua parte.

L’intento di Murphy è evidente. Disinteressarsi completamente della costruzione del giallo e preoccuparsi invece delle sfumature caratteriali e psicologiche dei suoi protagonisti. “Non farò mai un film dove il poliziotto mette la mano sulla testa al delinquente che sta per entrare in macchina dopo l’arresto” spiega il regista, forse considerando ormai di serie B questa categoria di film. Una lettura soppiantata dallo scopo di mostrare come l’autore di un crimine sia perseguitato dall’ombra della colpa e dello stesso delitto appena compiuto. Una chiave interpretativa che attraversa tutto il film risultando teoricamente valida e plausibile, ma di fatto dalla resa sterile e troppo debole per essere in grado di reggere una tale trama di ambizioni così marcate.

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