Aiutami a non essere arrogante. Ma nemmeno debole. Amen.

Sono molti i casi di vittime di rapimenti passate dalla parte dei sequestratori. Il più famoso è quello di Patricia Hearst, erede di una dinastia di magnati americani, tra i quali spicca William Randolph, il nonno, che creò un impero nell’informazione popolare e nel giornalismo scandalistico e fu eletto per due mandati alla Camera dei Rappresentanti, senza tuttavia raggiungere il governatorato dello stato di New York a cui puntava. Patricia era la nipotina. Fu sequestrata il 4 febbraio 1974 dall’esercito di liberazione simbionese e passò tra le file dei terroristi. Lo divenne lei stessa e rapinò due banche, a Sacramento e Los Angeles. Fu complice di attacchi dinamitardi e di un assalto in cui fu uccisa una donna. Catturata il 18 settembre 1975, fu condannata a 35 anni di reclusione. Pena progressivamente ridotta a sette anni, poi a 22 mesi per decisione di Jimmy Carter. Quindi due indulti voluti dapprima da Reagan, poi da Clinton. Fu liberata e sposò una guarda carceraria di nome Bernard Shaw. Scherzi di una vita ai confini del romanzesco. A lei, nel 1988, il cinema ha dedicato un film Patty – La vera storia di Patty Hearst, di Paul Schrader (American gigolò) con Natasha Richardson nei panni della protagonista.

Suggestioni analoghe tornano ora in The East, di Zal Batmanglij, dell’entourage di Ridley Scott, incentrato sullo spionaggio industriale alla confluenza fra affarismo, ecologia e inquinamento. Il tema non è politico, ma di coscienza. Non ci sono statisti a far da bandiera, ma spudorati imprenditori.

Sarah  – una Brit Marling già vista nella Frode, La regola del silenzio e Another earth – non è vittima di un rapimento. Sarah è una spia e, tra i fuorilegge, ci finisce per lavoro. Deve prevenire attacchi ambientali a industrie chimiche e multinazionali che fanno dell’ambiente una terra di conquista, a scapito della salute di umani, animali e vegetali. Tutto ciò che fa denaro, insomma. E in questo vortice perverso si inserisce anche l’agenzia di investigazione privata in cui Sarah lavora. Se ne rende conto e finisce per condividere le motivazioni dei terroristi. Seppur in un ruolo diverso dalla Hearst, si schiera con chi avrebbe dovuto combattere. Le due figure presentano analogie. Sarah viene trattata come una reclusa. E’ bendata. Sottoposta a riti di iniziazione. Rifiutata.

Ma è Sarah ad alimentare dentro di sé un crescente rifiuto per la sua vecchia vita, fatta di convenzioni e false moralità. Fatta di sprechi e di cassonetti di rifiuti ancora pieni di cibi integri e prodotti ancora utilizzabili. Plastica riciclabile. Mele gettate dopo solo un morso. Disprezzo della povertà. Un odio che si accentua quando a morire cominciano a essere bambini, con l’unica colpa di abitare in una zona, dove l’acquedotto è stato avvelenato da una fabbrica chimica, produttrice di medicinali tossici che inducono il cancro, ma consentono guadagni vertiginosi.

Sarah non è una reclusa. Torna saltuariamente in quella civiltà dei consumi e della morte che l’aveva spedita a spiare i cattivi. Deve spifferare le sue verità. Deve tradire. Ha un fidanzato che inganna regolarmente. Sentimentalmente e professionalmente. Non può rivelargli il destino delle sue missioni. Né il suo cuore conquistato da uno di quei fuorilegge. Ma le molte corse di allenamento nel jogging del mattino sanno di fuga. Sempre più intensa. Sempre più cercata. Sempre più convinta. Sarah, sconvolta dalla rappresaglia dei terroristi, che avvelenano un brindisi di festeggiamento di una casa farmaceutica, per vendicare le molte morti causate dai suoi farmaci, si allontana sempre più da quella civiltà fatta di perbenismo povero. E finirà per avvicinarsi idealmente ai terroristi pur senza partecipare direttamente alle azioni più violente contro quella società da bocciare. E da cambiare.

Continuerà a fare il suo mestiere. La spia. Ma stavolta sarà una spia a tutto tondo. Non solo a favore di chi insegue ricchezze sempre più consistenti. Le sue delazioni aiuteranno anche chi combatte quegli eserciti del male in doppiopetto e paillètes. E scapperà con la memoria elettronica dove sono registrati i nomi delle spie come lei. Per ridurli alla ragione. Primo atto di una crociata che il mondo snobba.

The East è un  thriller di spionaggio industriale che, a differenza di analoghi film di genere, affronta direttamente la questione di coscienza. Da quale parte stare, insomma. Con le multinazionali che inquinano e, di riflesso, causano disastri ambientali che uccidono. Oppure con i pionieri del rispetto della natura e della diffidenza verso una chimica che si rivela un’arma letale, più che un salvagente per chi sta affogando. L’ultimo fotogramma è chiaro. Sarah mostra come ha ingannato i malviventi e quella società corrotta dalla fame di ricchezza a costo di distribuire morte. Brit Marling guarda in macchina. Fissa la platea.

“Aiutami a non essere arrogante, ma nemmeno debole. Amen”.

Scorrono i titoli di coda. Sarah ha fatto la sua scelta. Lontana da un mondo che non è più il suo. Ma lontana anche dall’assassinio in nome di una natura maltrattata e calpestata. E tu – sembrano chiedere allo spettatore quegli occhi verso la camera – da che parte stai…

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