Oggetti smarriti. Ovvero il posto più scomodo dove mettere il naso. Eppure a tutti – presto o tardi – in un “lost and found è toccato metter piede. L’animo, sempre quello. Ma dove diavolo… Preoccupazione. Angoscia. Rabbia. Ma una figlia può forse essere considerata un oggetto smarrito… Doppia negazione in risposta. Primo, non è un oggetto. Secondo, se si smarrisce non è detto che la colpa sia solo sua. E qui sta il punto di Oggetti smarriti, il film di Giorgio Molteni che dopo aver vinto a Giffoni nell’estate 2011 entra in circuito con due anni di ritardo.

L’idea è intrigante. L’oggetto non si perde. A perderti sei tu. Tu che non ammetti la sbadataggine. Non ti arrendi alla distrazione. Ti arrabbi con gli altri e mai fai l’analisi a te stesso. Un po’ quello che accade a un padre quarantenne, più attento alle gonnelle che ai valori della vita. Perde un cacciavite mentre sta montando uno specchio sul soffitto della camera da letto. Voyeurismo orizzontale. Narcisismo sessuale. Boria del fisico. E in quell’istante l’ex moglie arriva ad affidargli la figlia. Lui è nel panico. Ignora che la bimba sia celiaca. Dimentica il cacciavite e s’infuria con se stesso, poi coinvolgendo la piccola nelle ricerche, finisce per perdere pure lei.

Naturalmente ogni pezzo di questo inconsueto mosaico andrà a al suo posto non senza qualche sorpresa. Al campanello suonerà una mai vista vicina dal fisico avvenente e dalla disponibilità disarmante, all’incrocio tra il sogno, l’allucinazione, la profezia e una samaritana. La fanciulla aiuta lo slanciato yuppie a ritrovare se stesso e magicamente ricompare dal nulla anche la piccina. Come in ogni favoletta che si rispetti, la morale è chiara visto che l’arrogante e vacuo quarantenne riacquista anche una lucidità morale compromessa.

Il film è montato con una tecnica visuale che ammicca ai videoclip con una sequenza iniziale di spezzoni estranei alla storia trattata e alternati per mezzo dell’intervento di una voce e presenza esterna alla trama che insegna al pubblico come ritrovare gli oggetti perduti, prima di sconfinare nel turpiloquio e nell’imprecazione generalizzata. Sei lezioni, introdotte da altrettanti cartelli enunciativi, ai quali segue il breve intervento di un conduttore visivamente rappresentato fuori da qualsiasi contesto e seguito da esemplificazioni di casi tanto ricorrenti quanto sconcertanti. Una pellicola estiva che non propone riflessioni se non la domanda sulla strategia di marketing che acconsente l’uscita di Oggetti perduti in un periodo teoricamente difficile. Pur privilegiandone infatti la distribuzione nelle sale delle località di villeggiatura, resta il rebus su quanti rinunceranno a un gelato sul mare o a una serata in un locale per “chiudersi” in un cinema anche se la sala è all’aperto.

I distributori ci credono e il regista vuol confidare che la loro opinione sia quella giusta. “Frutto di ricerche specializzate” ha precisato. Il film mostra alcune particolarità che vanno sottolineate. L’ambientazione in una cornice decisamente poco fotogenica nel senso che assai di rado offre le sue strade alle macchine da presa dei registi: Savona. In secondo luogo il product placement che si accaparra qui i fondi di qualche azienda per poter confezionare un film dalle molte promesse e qualche perplessità. Il fatto stesso di approdare in sala a due anni dal passaggio al festival in cui ha strappato un titolo, sembra lasciar intuire la titubanza e la scarsa convinzione di chi lo ha voluto.

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