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Finché gioia non vi separi. Lo potremmo sintetizzare così, un po’ azzardando. E’ To the wonder. Firmato Terrence Malick, il regista della Sottile linea rossa e The tree of life, che gli valse la Palma d’oro a Cannes nel 2010. E il film, nonostante abbia deluso la platea della Mostra del cinema di Venezia nel 2012, ha l’ambizione di porre allo spettatore interrogativi esistenziali ai quali sembra non offrire risposta. Ognuno metterà arbitrariamente la propria. Già, finché gioia non vi separi. Ovvero: può il dolore unire chi si ama, più dello stesso amore… E infine: questo stesso amore è davvero imperituro, come taluno si ostina a credere… O può finire nei migliori come nei peggiori cuori…

L’azzardo è notevole. Finché gioia non vi separi, non l’avevano buttato lì in molti. Quella parola sostituita sa di beffa. “Finché morte non vi separi” puzza di rintocco. Unico. Finale. La condanna alla perpetuità di un sentimento che, come tutte le cose umane, eterno non è mai. E i problemi nascono in quel “mai” che gli amanti – in senso letterale e non erotico – rifiutano disgustati. Eppure… Eppure. L’amore è eterno finché dura sentenziò nel titolo di un suo film, già nel 2004, il “saggio” Carlo Verdone con la consueta vena tragicomica. Ecco scattare altri scongiuri. Eppure… Eppure.

L’amore di Malick ha due facce e tre protagonisti. Nessun triangolo, s’intenda. Le facce sono ben distinte. E i protagonisti pure. Tra Neil (Ben Affleck) e Marina (Olga Kurylenko) scoppia un’attrazione intensa. Un sentimento felice. Incontaminato. Lui è un aspirante scrittore, ma resta aspirante. Fallisce e torna a fare l’ispettore ambientale. Lei è una moglie ripudiata dal solito cattivone, che insegue e s’infila sotto ogni gonnella. Resta con una figlia di dieci anni e crede di aver trovato in Francia un nuovo legame e una nuova vita. La stessa che spera di avere anche Neil, in fuga da americane delusioni. E’ il volto dell’amore terreno. La coppia. Ma la fuga dal baratro ha vita breve. Il sentimento cala e Neil si raffredda. Marina si rivolge al parroco di Bartlesville, in Oklahoma, dove i due si sono trasferiti. Padre Quintana (Javier Bardem), che ne raccoglie le confidenze e le confessioni, è a sua volta macerato nei tormenti di una fede forse non poi così incrollabile.

Vuole Dio. Vuol vedere Dio. Vuol trovare Dio. Vuol sentire Dio. E ad ogni omelia si sente come un marito che ha il dovere di sorridere alla donna che non ama più. E’ la seconda faccia, quella dell’amore mistico. Anche lui soggetto a crisi e difficoltà. Angosce. E dolore. Spirituale, stavolta. Riflesso di psicologie laiche. Figlio di errori e disorientamenti. Figlio dell’incertezza e di mali pregressi. Figlio. E basta.

Per tutti l’amore non è durato. Per tutti è rimasta la sofferenza. Fiele del cuore. Eppure… Eppure.

Eppure in quell’ambascia che avviluppa anime, animi e sensi resta il vincolo, inteso come nesso connettivo, non come catena, con l’oggetto di quell’amore un po’ sbiadito. Stinto. Ma che cova sotto la cenere. Silenzioso, ma caldo. Come i rimasugli di certi fuochi. E, come certi fuochi, continua a bruciare sotto la polvere. Tenendo avvinti cuori. E allora, non è forse il dolore il tratto che unisce, più ancora dell’amore…

In fin dei conti Neil organizza il ritorno negli Stati Uniti di Marina, quando viene a sapere che anche la figlia l’ha abbandonata, per andare a vivere con il padre. Non nascerà un futuro, ma è la cancellazione del male. Il sentimento si fa taumaturgo di se stesso. Scrive anamnesi. Diagnosi. E somministra medicine. La prognosi è riservata. Eternamente. Più di certi amori. Più di certi dolori. Dai quali, la fuga quasi mai è gioia, ma spesso è una forma di amore. Quello che si affievolisce ma non muore. O quello che forse, proprio per il fatto di essersi affievolito, firma il suo certificato di morte.

Padre Quintana in fondo sopravvive con i suoi tormenti, Marina e Neil con la loro speculare solitudine che, vista in una prospettiva diversa, è come trovarsi soggetti al medesimo destino. Un amore trasformatosi in una sofferenza per due. Un amore sfaccettato. Con le sembianze  delle quattro stagioni di una natura talvolta imbronciata. Occasionalmente sorridente. Incanto decadente di foglie ingiallite che si accartocciano tra le mani o sotto i piedi. Euforia di spighe biancheggianti, curve sotto il vento. Anestesie di torrenti congelati. Brividi di paesaggi brumosi. Pur sempre forme di amore. E sofferenza cercata. O forse auto imposta.

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