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A scatola cinese. Un film nel film con il meccanismo della matrioska. La bambolina più grande contiene le più piccola. In another country, primo film del regista sudcoreano Hong Sang-soo ad arrivare in Italia, è stato ospitato a Cannes l’anno scorso dove è stato giudicato in modo lusinghiero, al punto che per l’autore orientale sono stati impiegati scomodi paragoni con mostri sacri del cinema francese alla Rohmer. Quale che sia lo spirito con cui ci si siede in poltrona, la pellicola risulterà spiazzante per la sua capacità di rivelarsi surreale, non tanto per l’ambientazione quanto per la varia umanità che in essa si muove con assoluta disinvoltura.

La protagonista è Anne, una decisa Isabelle Huppert, che recita nei panni di tre donne diverse dall’identica fisionomia e dallo stesso nome. Tutte e tre si recheranno sulla spiaggia coreana di Mohang e tutte e tre se ne andranno con identico animo e spirito dopo quell’esperienza scoraggiante. Anne è insomma una e trina, senza qualsivoglia riferimento a culti e religioni. O meglio. E’ una tipologia tripartita che si giustifica con il parto della fantasia di una svogliata ragazza locale, di mestiere affittacamere con ambizioni da regista. La prima Anne è una donna tradita dal marito, scappato con la segretaria sudcoreana. Anne vuole conoscere da vicino cosa pensano e come vivono quelle ragazze di cui una le ha rubato il marito.

La seconda è un’affermata cineasta che cerca quiete e ispirazione. Sembra volersi isolare, ma in realtà poco le interessa la solitudine e molto di più il contatto con turisti, viaggiatori e locali. Infine, la terza Anne. Una donna in fuga dal marito che, sulle rive della spiaggia di Mohang, deve incontrare l’amante. Fatalmente, tutte, si imbatteranno nelle stesse persone. Un marito lumacone che tenta di sedurre qualsiasi femmina le capiti, cercando di burlarsi di una moglie incinta che ha capito l’antifona. Un bagnino idiota di una baia perennemente deserta, della quale ignora ogni attrattiva. Ripete sempre le stesse frasi e anch’egli tenta di impreziosire il proprio atteggiamento attraverso la seduzione di ogni visitatrice.

Ne escono dialoghi inesistenti. Vuoti. Ripetitivi. Comici perché grotteschi. Parole che indicano disorientamento e abissi pneumatici dell’incomunicabilità. Perché, di fatto, quei succinti colloqui rappresentano il nulla e l’incapacità, oltre all’impossibilità, di comprendere e comprendersi. Per questo ogni Anne che approda a Mohang chiede del faro. Una metafora per la ricerca della luce intesa come fonte di verità. Una conoscenza a cui nessuna approderà, né la donna tradita, né la regista, né quella in attesa dell’amante. Una Anne insolita, quest’ultima, che per confessare il proprio amore all’uomo, lo prende sorprendentemente a ceffoni. Una donna cui non basta il faro, ma cerca la luce religiosa in un monaco buddista, dal quale riesce perfino a farsi regalare una Mont Blanc.

Tutte si allontaneranno da Mohang più povere di quando sono arrivate. La tipologia dell’uomo coreano esce maltrattata da Sang-soo che lo bolla come un cacciatore da strapazzo, perenne preda di una libido senza forma e senza casa. Dediti all’alcol e schiavi del soju. Poveri di concetti, ma ricchi di cromosomi. Il tanto ricercato e spesso mai trovato faro non illumina mai e, allo stesso modo, le tre Anne perdono la certezza di un arricchimento intellettuale. E finiranno per andarsene nel nulla, più che nell’indifferenza.

Un’ora e mezza di film che ricorda da vicino certe movenze da nouvelle vague nelle improvvise carrellate in avanti della macchina da presa e nei piani tagliati. In another country, privo di una spiccata personalità impositiva, lascia un certo margine di interpretazione allo spettatore, che comunque è costretto a subire le sconfitte di quelle tre donne a contatto con un’umanità vuota e inconcludente, simboleggiata da un bagnino che nuota da solo senza sapere chi salvare. Un uomo che non sa essere guida e neppure chiarimento. Ignora l’esistenza del faro, la sua ubicazione  e perfino la parola stessa. Riesce a procurarsene uno in miniatura – formato giocattolo – da mostrare a chi glielo chiedesse. Quasi come fosse un contentino da offrire al curioso di turno. Conoscenza proibita. Davanti alla quale Anne si allontana interdetta. Metafora di se stessa.

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