Lascia che gli altri vedano chi sei tu

 

 

 

 

 

 

Esistenze controverse. Vite contese. Tra la voglia di esserci e quella falce maledetta pronta a cadere senza pietà. A decapitare cuori. A lasciare soli. Con il proprio passato disperato. E un futuro dal profumo incerto. Dal sapore odioso del fiele. Con la consapevolezza di errori irrecuperabili. E l’amarezza per alcune mani di poker che nessun cambio di carte potrà più trasformare i perdenti in vincitori. Occasioni perdute. E una redenzione pronta a sostituirsi a una scala reale.

Marion (Vanessa Redgrave) è anziana. Una vita felice. E le solite difficoltà. Quel marito (Terence Stamp) un po’ burbero, ma in fondo così buono. Un figlio che con il padre non si è mai capito. Appieno. Una nipotina. Marion è anziana. Ma non esiste un’etá giusta per morire.  E quando arriva il conto, sempre all’improvviso, non è mai l’età giusta. Nemmeno la terza. A Marion lo presenta un medico, di quelli che hanno la faccia di un giudice. Imperturbabile e implacabile. Lei risponde con una canzone. La musica come riscatto. E non importa che musica sia. Che genere sia. Nemmeno se sia intonazione. O se le note siano finite in un tritacarne vocale. Uscite da un’ugola impazzita.
Marion non ce la farà. Perché al destino non ci si può opporre. In tanti casi va solo accettato. O forse subito. Ma la sua canzone, quella con la quale ha cercato di redimere gli animi sconnessi delle persone che amava, quella è rimasta. Indelebile. Incancellabile. E la terza età di un marito, rimasto solo con la sua arcigna umanità, trova un’insospettata sponda in un donna ben più giovane di lui (Gemma Aterton). E se non riuscirà a ritrovare la gioia di vivere, riuscirà comunque a vivere. Ad accettare i propri difetti. A comprendere i propri errori. A capire che non tutto è sempre perduto. E una canzone può risollevare vite.

Una canzone per Marion di Paul Andrew Williams è un film dolcissimo dal titolo per nulla originale e da una trama non propriamente inedita. Una canzone per Bobby Long di Shainee Gabel è forse l’esempio più recente di un titolo che è quasi un calco anche se l’intreccio è profondamente diverso. Il dramma di un’anzianità vissuta come tempo di bilanci è un tema che il cinema ha frequentato e visitato con puntualità e accanimento. Tuttavia in questo film non esiste il cattivo di turno. Quello che dirotta e disorienta i buoni. E il motivo di fondo di tanto cinema recente si stempera in qualcosa di diverso. Differente. È questo lo spessore che costituisce la specificità di una canzone per Marion.

Il film di Williams sa di bontà. È un inno alla vita che si eleva a tutto volume proprio nel momento in cui questa sembra ormai finire. È un inno all’amore. Quello coniugale e quello di semplice amicizia tra esseri di generazioni opposte. E antitetiche. Dove una tende la mano all’altra in un completamento quasi naturale. È un inno alla speranza perchè a qualsiasi dolore c’è una via di uscita. Un tunnel che, per quanto lungo, alla fine offre la luce di un sole caldo.

L’insidia, insomma, non è più la perfidia, schema classico di tante, troppe pellicole spesso inutili, ma l’incomprensione. Quel nemico subdolo e sottile  che uccide il dialogo dei buoni. Ne intralcia l’intesa. Ne ostacola il futuro. Ne compromette i sentimenti. In Una canzone per Marion tutti i protagonisti hanno qualcosa da insegnare e da trasmettere. Un valore. Per non dimenticare e non lasciarsi dimenticare. Vittime e schiavi dell’oblio. Eppure anche un’umanità così naturalmente mite rischia di finire distrutta dai rancori. Figli della cecità, più che della cattiveria. Perché, come scriveva Pasolini, «la morte non è nel non saper comprendere ma nel non poter più essere compresi».

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , ,