Il the va bevuto amaro…

La fame è una brutta cosa, l’appetito è invece molto più sano

 

 

 

La vita è un ring di pugilato, ma l’avversario è un fantasma. Assente, eppur presentissimo. A sfidare  e farsi sfidare. A nascondersi e riapparire improvviso al centro del tappeto. A tramortire, con una raffica di pugni violenti. Invisibili. Ma dolorosissimi. Mentre i cazzotti tirati nel vuoto hanno il sapore del vano dimenarsi nel nulla. Lottando contro un nemico sotterraneo. Subliminale. Insidioso perché non si vede. Eclissato eppur sempre lì, senza bisogno di abbassare o alzare la guardia. Pronto a ferire e mandare a segno ogni colpo.

L’intrepido di Gianni Amelio, in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, è uno spaccato del mondo d’oggi. Fatto di precari. Sotto ogni forma. Nel lavoro. Nell’amore. Nella delinquenza. Nel matrimonio. Nell’amicizia. Nella solidarietà. Nel sesso. Perfino nella musica. Destino da terzo millennio. Essere frammenti. Particelle di vita. Particelle di noi. Ammalate di sogni da inseguire. Ammalate di potere con cui tenere sotto scacco esistenze altrui. Maleducate strategie in doppiopetto che vendono effimeri spazi di felicità in un poco che ha il sapore del nulla.

Antonio (Antonio Albanese) ha perso tutto. E’ in balìa di un caporale che, dietro il maldestro ring di un finto pugilato, nasconde le sue attività non sempre lecite di chi vende manodopera facendo la cresta. Antonio gli si affida e si ritrova in mano un nuovo impiego che è un non-impiego. Il rimpiazzo. Lavora a ore. Facendo tutto. E di tutto. Impreparato conducente di tram. Badante poco convincente. Netturbino sugli spalti vuoti di uno stadio. Tintore infaticabile. Maldestro pony express di pizze. Fattorino al mercato del pesce. Gonfia perfino palloncini che gli esplodono irrispettosi sul viso, mentre sopra la sua testa il sindacalista sproloquia. Parole come palle. Parole che scoppiano. Tra tasche vuote e giornate piene. Intorno a lui una squattrinata ragazza insoddisfatta della vita (Livia Rossi, nella foto). Un figlio (Gabriele Rendina, foto in basso) mantenuto dalla madre divorziata (Sandra Ceccarelli), ma in perenne litigio con la propria debolezza e l’idea dell’arte come espressione del sublime. Non più strumento di aggregazione, insomma. Quindi niente pubblico, né denaro.

Antonio è precario in tutto. Tranne nella costanza. Tranne nell’accanimento. E nel resistere al contagio dello sconforto. Antonio conserva la dignità e vive un altruismo che il mondo intorno a lui, vigliacco e falso, non conosce. L’intrepido ritrae una società oggi tristemente familiare allo spettatore. Ripugnante e ingannevole quando Antonio – a sua insaputa – si trova a portare un bambino in pasto a un pedofilo in giacca e cravatta. Specchio per allodole ubriache quando gestisce un negozio che vende calzature solo in apparenza. Il magazzino è fatto di scatole vuote. La cassa è una lavanderia di denaro sporco dove una contabile senza parola non offre neppure il grazie quando Antonio le apre con galanteria la porta d’uscita.

Sul ring di pugilato, metafora di una vita nel dibattersi permanente tra Bene e Male, non c’è un vincitore, ma il sapore amaro e doloroso del disinteresse collettivo a combattere per un mondo migliore. E allora ecco che l’intrepido del titolo è l’unico paladino, senza armi se non cuore e umanità, a difendere quel poco che resta di una bontà spicciola divenuta merce rarissima. E’ rimasto solo. Il solo a combattere su quel ring dove metaforicamente sono saliti tutti. Tranne lui. Il solo a combattere con un mazzo di rose in mano, mentre gli altri – tutti gli altri – affinano la lama dell’inganno e pensano al portafogli gonfio o all’orgasmo delinquente.

Eppure il titolo del film fa il verso a un fumetto uscito ininterrottamente dal 1935 al 1998, eccettuati i due ultimi anni di guerra. Vi si narravano storie avventurose e il regista, Gianni Amelio, sostiene di aver sempre creduto che fossero vere. Oggi, in questa pellicola che sfida i giudici veneziani, ha stravolto l’equazione. Ha raccontato storie disgraziate, ma vere. Forse credendo che fossero avventura. Parto di fantasia. Illusione lontana. Come quel ring di pugilato senza avversari, ma con quel nemico strisciante, difficile da combattere perché non si vede. Lui vede il pugile, ma chi ha i guantoni non sa dove colpire. Perché non trova il rivale. Mirino unilaterale.

Ci sono una verità e una bugia dietro L’intrepido. Amelio ha spiegato di aver girato questo film non per respirare “l’aria del tempo”, ma per trattenere il fiato. L’apparente antitesi è in realtà un nesso lineare. Si trattiene il respiro proprio perché si avverte “l’aria del tempo”. Ed è un refolo stomacante quello dell’assenza di valori. Ma Amelio ha detto anche che si ride parecchio. Non credetegli. Gli crescerà il naso.

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