Echi della “sporca guerra” oltre il millennio. L’Argentina si specchia nel suo fosco passato di desaparecidos e persecuzioni e toglie il coperchio a storie fatte di lutti e dolori. Storie vere che il cinema porta in superficie dopo silenzi opprimenti come macigni. Ulteriore beffa a chi in quegli anni ha perso nel nulla tralci di famiglia. Dopo Cautiva di Gaston Biraben, ingiustamente mai tradotto in italiano e mai approdato nelle sale, a un anno di distanza dagli ultimi ciak esce Infanzia clandestina di Benjamìn Àvila, dove la repressione del regime di Videla è vista attraverso gli occhi di un bambino.

Juan, chiamato così in onore di Peròn dai genitori montoneros riparati all’estero con il figlio per scampare alle retate della polizia segreta, torna a Buenos Aires sotto il falso nome di Ernesto, stavolta in omaggio a Che Guevara. La madre e il padre hanno allestito un’abitazione rifugio mascherata da agenzia di distribuzione di dolciumi, ma in realtà tramano contro la giunta dei generali. Al ragazzino tocca sorvegliare la sicurezza della sorellina, nata appena qualche mese prima, e all’apparenza spetta un’esistenza finalmente normale con lezioni a scuola e nuovi amici. Egli avverte tuttavia che qualcosa non quadra, la tensione avvolge la vita della famiglia e frequenti sorgono le discussioni con lo zio – da lui amatissimo – e la nonna, angosciata dall’attività rivoluzionaria della figlia e del genero.

La situazione precipita quando il fratello della madre resta ucciso in uno scontro con gli agenti. Un dolore che si accavalla al nascere di un reciproco amore per una compagna di giochi. Il piccolo Juan, mai abituatosi alle nuove generalità anagrafiche, al fittizio compleanno e – in totale – allo sdoppiamento della sua persona per esigenze politiche, sogna e progetta una fuga sentimentale con la ragazzina, nella speranza di non doversi più staccare da quell’amato cuore che rappresenta il suo mondo. Proprio al termine di questa evasione, una volta rientrato a casa, gli tocca assistere al più tragico degli epiloghi. La polizia acciuffa e uccide entrambi i suoi genitori e lui stesso viene arrestato. Dopo reiterati interrogatori, il bambino ammette la sua falsata identità e viene abbandonato dai poliziotti davanti all’abitazione della nonna, ormai solo al mondo.

Il film è costruito su un doppio registro linguistico in cui la narrazione è intervallata da inserti di disegni di animazione che evocano i contenuti onirici dei viaggi mentali notturni del piccolo Juan e gli avvenimenti più crudeli, premessa da cui la vicenda prende le mosse. Una tecnica raramente utilizzata dal cinema impegnato che conferisce un aspetto di recuperato infantilismo, adattandosi organicamente al tema trattato e alla prospettiva da cui il dramma dei desaparecidos è visto. Gli occhi di un bimbo cresciuto troppo in fretta, costretto a bruciare le tappe del sentimento e della maturità.

L’evasione da quel mondo, zeppo di brutture, angosce e crudeltà è costituito dalla componente del sogno e del legame sentimentale. L’attesa di un futuro. La costruzione di un avvenire. La limpidezza dell’amore. L’abbandono di una sfera di dolore sintetizzata nella frase con cui il piccolo commenta la notizia della morte dello zio. Se n’è andato, gli dice il padre e Juan aggiunge: “Ma a me serviva qui”. Epitome dell’inutilità di tante effimere e sanguinose guerre che contrappongono uomini, seminano lutti, ma non risolvono problemi. Anzi, spesso li acutizzano. L’Infanzia clandestina di Juan che diventa Ernesto è metafora e pretesto di tutte le vite soppresse di riflesso. Esistenze strozzate dagli effetti di una dittatura sanguinaria che ha fatto del mistero e dell’inconoscibile una delle sue armi più tristemente efficaci e peggiori.

In correlazione con Cautiva, il film ne è il perfetto completamento. Se in quest’ultimo è un bambino di otto anni lo spettatore protagonista dei delitti nell’Argentina di Videla, nella pellicola di Biraben toccava a una ragazza, ormai al tramonto dell’adolescenza, scoprire di essere figlia di genitori desaparecidos, adottata per i buoni uffici delle connivenze con i generali da parte del patrigno che le ha sempre tenuto nascosto il segreto della sua nascita. Anche in questo caso un trauma. Anche in questo caso una nonna a rimarcare delitti, non solo ai danni di chi ha perso la vita in quelle carceri e non ha avuto nemmeno l’onore di una sepoltura, ma anche a scapito di chi è rimasto sepolto vivo nel proprio passato. Ignaro delle proprie origini. E consapevole di aver perduto, con esse, una parte di se stesso.

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ENGLISH VERSION – VERSIONE INGLESE

Echoes of the “dirty war” beyond a century. Argentine sees itself in the mirror of the dark past of desaparecidos, persecutions and unveils stories made of deaths and pains. True stories that now movies tell after an oppressive silence. Further injury for the people who lost the family in those terrible years. After Cautiva by Gaston Biraben, Clandestine childhood by Benjamìn Àvila tells about the repression of Videla’s government, seen through child’s eyes.

Juan, name dedicated to Peròn from his motoneros parents escaped abroad with the son to avoid the arrest by political intelligence, is back to Buenos Aires under the new false name of Ernesto, remembering Che Guevara. Mother and father had prepared a shelter house, masked by a distribution agency of marshmellows, but they weave against the generals. The child must survey his sister, born only few months before, and finally has to live a normal life between school lessons and new friends. He feels that something goes wrong, he finds anxiety in his family with frequent quarrel with his beloved uncle and a grandmother frightened for the revolutionary works of the daughter and her husband.

Everything collapses when mother’s brother is killed fighting against the police. A pain which cross over a new mutual love with a schoolmate. Juan, never used to his new identity, his untrue birthday and basically to his dual personality for political goal, plans a sentimental escape with her, hoping non to let anymore that beloved little girl who represents all his world. Just at the end of  this time, far from the cruel room he lived in, once back home he has to see the worst conclusion he could imagine. Police kill both his parents and put himself in jail. Here he has to acknowledge the false identity and is abandoned alone by the policeman in front of his grandmother’s house.

The film is built on a double track and spaced by clip cartoon which tells the plot of Juan’ dreams and the saddest events where the story comes from. A technique seldom used in political movies which give back a ragained infantilism, organically related to perspectives where the tragedy of desaparecidos is seen through: the eyes of a child grown up too fast, forced to rush into love and adulthood.

The fugue from that world, full of ugly things, anguishes and cruelties is made of dream and love. Expecting and building the future. Being involved in an overflowing love. The abandon of pain is condensed in some words, used by Juan to express his point of view about uncle’s death. He is gone away, says his father and he replies: “I needed him here”. Paradigm of many bloody war’s uselessness which face men one to each other, spread death and never solve any problem. Often it intensifies them. Clandestine childhood of Juan who gets Ernesto stays for all lives killed by reflex, strangled by consequences of dictatorship that built on secrets one of the most threatful weapon it had.

Clandestine childhood is the fitting completion of Cautiva. If in the movie directed by Àvila an eight years old child is the spectator of the crimes in the Argentine ruled from Videla, in Biraben’ film was up to a teen girl to find out who she really was: the daughter of desaparecidos parents, adopted by a couple with very good connections with generals’ government. A step-father who kept her far from the truth, hiding every secret side of her birth. Even here a traumatic event. Even here a grandmother who puts in evidence damages not only to those who lost their lives in jail and had not neither the honour of a grave but also to those who were buried alive in their past. Unaware of their origins, but conscious to have lost also a part of themselves.

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