Venti per cento di rischio, non di più. E ora, campione, evita la bella vita. Sei un atleta… (Niki Lauda)

A che cosa serve vincere, se poi non ti diverti un po’… Questo, per me, è vincere (James Hunt)

 

Proviamo a capovolgerlo quell’assioma bizzarro. Lauda è lento, Hunt è rock. E trasformiamolo. Hunt è lento, Lauda è rock. E’ mai possibile definire lento uno che vince tre campionati mondiali di Formula 1… Al contrario, è mai possibile definire rock un ragazzo che vive come tutti i ragazzi della sua età. Per quanto al di sopra delle righe. Forse è normalità… E allora. Lauda, il genio. Hunt, la sregolatezza. Questa è l’unica verità. E ognuno dica quello che vuole del circo della F1 che, negli anni, si è… laudizzato. E oggi è tutto pianificato. Studiato. Cronometrato. Soste ai box, cambi di gomme. Tutto. Eppure allora erano gli anni Settanta, “quelli di Happy days e di Ralph Malph”, quando il pedale era un mito e buttarlo giù era un dovere e una sfida. Se alzi sei un coniglio. Quando i bolidi erano bollicine e champagne, ma la vita stava appesa a un filo. E spesso si spezzava. Si tendeva a trecento all’ora. Fino a saltare. I becchini entravano spesso negli autodromi. Ma scommettere la vita era come rincorrere un sogno. Sfidarlo. Batterlo. Irriderlo.

Poi venne un uomo che decise di vincere. Lui. Lui contro il destino. In una partita a scacchi. Niki Lauda da Vienna. Classe 1949. Venti primavere o poco più negli anni Settanta, quelli d’oro del grande Real. Quelli dei Roy Rogers come jeans. Quelli in motorino sempre in due. E quelli di che belli erano i film. Già i film. E quei “mitici” ’70. Ovvero Lauda e Hunt. Genio e sregolatezza. Un duello mai finito. Nemmeno quando è finito davvero. Quando l’inglese James, tra alcol, malto, fumo e belle donne, decise di dire addio a quel circo forse più matto di lui. Mentre Niki, l’audace, non si era fermato nemmeno dopo essere uscito da un rogo peggiore dell’inferno. E si mise in tasca tre titoli del mondo. Contro l’unico del rivale. Oggi Niki è ancora al mondo. Ha avuto due mogli e molti figli. E in quel Barnum è presenza costante e riverita. James se ne è andato nel giugno ’93. A soli 45 anni. Ucciso da un infarto. Come tanti “maledetti” veri. Lenti o rock.

Rush, l’ultima fatica cinematografica di Ron Howard – l’ex Ricky Cunningham di Happy days – che quei Settanta li visse davvero da happy days, è immersione totale. Profumi penetranti. Tra odori di benzina e denaro facile. Fiumi inquinanti di flutti travolgenti. E paura febbrile. Esserci o non esserci. Fuochi devastanti che ardono a mille all’ora. Come le velocità di quelle auto lanciate contro tutto. Contro la fede terrestre nel dio soldo. Contro la speranza di una fama facile. Contro i no che hanno asfaltato la strada delle delusioni. Quando famiglie tradizionaliste frenavano la corsa di ragazzi, a briglie sciolte verso la velocità.

Lauda e Hunt, i due volti dello sport. Di uno sport. Le due facce della stessa medaglia a quattro ruote. Calcolo e improvvisazione. Pignoleria e disordine. Puntiglio e grinta. Pianificazione e… spettacolo. Prevenzione e rischio. Hunt “the shunt” (ossia, lo schianto) contro Lauda “il computer”. Due mondi. Due modi di vivere il mondo. O forse due modi di vivere e basta. Assegnare la vittoria è inutile. Lauda o Hunt… è come chiedere a un tifoso di calcio: Italia o Brasile… Spaccare la mela. Poi vennero Senna e Prost. Schumacher e Hakkinen. Ma non è mai più stata la stessa cosa. Negli anni Settanta, quelli di Happy days e di Ralph Malph, contava l’uomo. Poi il pilota è diventato un mezzo. Un computer, appunto. E si è laudizzato.

Rush racconta quest’eterna sfida. Iniziata in Formula 3. E forse non ancora finita, se l’ex Ricky Cunningham si è lasciato sedurre. Ne è uscito un film che vola a duecento all’ora, come quei bolidi. Merito di riprese in soggettiva. Su uomini e auto. Accrescono l’ebbrezza. Fanno assaggiare il coinvolgimento. Accelerano e scalano. Come marce di un cambio impazzito. Due ore e tre minuti che scorrono veloci come Hunt sotto quel diluvio a Fuji ‘76. Ultimo atto del campionato mondiale. Quando, per un solo punto, batté Lauda, campione in carica, reduce dall’inferno del Gring che lo sfigurò. Ma non si è ripetuto mai più. E, tre anni dopo, mollò tutto.

Eppure difficilmente Rush diventerà una pietra miliare del cinema. La suggestiva rievocazione è fine a se stessa. Lasciata sola. Colpevolmente sola. Non crea fascino. Il retroterra delle gare del Nurburgring, Monza e Fuji andava raccontata. Howard (A beautiful mind, Cocoon, Apollo 13) non lo ha fatto forse perché è americano e, da quelle parti, la Formula 1 non ha un’anima. Ma solo sentimento. Storie perse che difficilmente qualcuno potrà ancora raccontare per immagini. Molto meglio il Ron Howard di Frost-Nixon, tema tutto a stelle e strisce. Palpitante. Vibrante. Muscoli verbali. Sfida all’ultima parola. Rush, al confronto, manca di quella tensione. E’ più che altro puro ricordo. Museo, non vita.

Rush è anche immagine irriflessa. Per problemi congeniti. Daniel Brühl (già apprezzato in Bastardi senza gloria, Goodbye Lenin, Salvador 26 anni contro)  ha potuto studiare attentamente il suo modello, ovvero Niki Lauda. Ne è stato anzi pesantemente influenzato e perfino condizionato. E’ la fotocopia del pilota da giovane. Non solo nella fisionomia. Ma nei gesti. Nelle parole. Nelle idee, perfino. Chris Hemsworth (indimenticato protagonista di Thor, Star Trek – Into darkness, The avengers) non ha potuto far altro che guardare i filmati di repertorio. E farsi raccontare da chi l’aveva conosciuto come era veramente James Hunt, quello scapestrato che Howard dipinge come figlio randagio di una famiglia qualsiasi di una Londra qualunque. Uno sbandato che sapeva essere un gentiluomo, benché quasi mai si fosse dato la pena di esserlo.

Sostiene Ron Howard, o meglio Niki Lauda per scelta del regista, che lui e James erano amici. In fondo. E che Hunt era l’unico pilota che avesse mai veramente stimato. Se n’erano accorti davvero in pochi tra quelli che guardavano l’automobilismo in quegli anni. Spaccati in due fazioni. Quelli che avevano in camera il manifesto di Hunt e impazzivano per le sue femmine. E chi invece andava fuori giri per quel freddo austriaco forse agevolato dal fascino Ferrari, oltre al suo sentirsi mai domo. Ma tant’è. Chi nacque in quel 1976 e non può ricordare, capirà come si viveva allora, riguardando quei fotogrammi. Ma soprattutto chi nacque in quel 1976, oggi, a 37 anni suonati, deve ancora fare i conti con quel dilemma. Lauda o Hunt…

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , , ,