L’altra sponda non è solo quella omosessuale. L’altra sponda è quella per le famiglie. Al di qua sta la riserva di caccia. Rimorchio senza risparmio. Rimorchio manifesto. L’altra sponda, quella per la gente comune, non naturista, eterosessuale, con figli al seguito e tutt’altro che dedita all’amore libertino e spudorato è quella al quale la riva gay non guarda mai. Ma è pur sempre l’altra sponda. Il diverso. Un concetto che vale inalterato per i due litorali e cambia solo in rapporto al soggetto. E quando il diverso si avvicina, giunge al contatto, ignorarlo diventa impossibile.

Il lago è talvolta un luogo immaginario. Senza tempo. Arido come la pietraia dove si siede il diverso. Panciuto pancione eterosessuale abbandonato dalla fidanzata. Solitaria cariatide vestita nel piccolo universo omosex di quella riva che non può non guardarlo attonita. Temerlo. Disapprovarlo. Esserne gelosa. Curiosa. Ma non distaccata né disinteressata. Lo sconosciuto del lago di Alain Guiraudie non è solo un film sull’omosessualità, tema fin troppo appariscente con il quale ha stordito e disorientato la platea di Cannes fino a scandalizzarla. Ridurlo al risvolto gay sarebbe come sminuirne la portata e ridimensionarlo. Più ancora dell’amore maschile – nel film non compare una sola donna – mostrato nelle sue più frastagliate esibizioni sessuali, che nulla lasciano all’immaginazione, a colpire è il tema della diversità. Ovvero ciò che è altro da noi.

E l’altra sponda diventa quella eterosessuale. Ma non solo. Quella di chi rifiuta un legame occasionale. A prescindere dall’accoppiamento di generi opposti. L’altra sponda è quella della passione libertina. Sentimento oscillante. Frullatore di partner. Crogiuolo di sesso. Intruglio di cromosomi. Pasticcio di sensazioni. Suburra di seduzione. Il diverso dicevamo. Il più brutto nell’oceano di avvenenti corpi maschili che plasmano il gaio universo di quella riva del lago. Brutto. Mai nudo. Eterosessuale. Solitario. Imbronciato. Schivo. Sfuggente. Disinteressato alla sessualità. Ecco come può essere la fisionomia del diverso. Secondo i “diversi”. Un modo di guardare. Guardarsi allo specchio. Scoprire che diverso è un termine relativo a chi lo pronuncia. Limitatamente a lui.

Diversi sono anche coloro che non uccidono. Rispetto a chi non si vergogna di uccidere per amore. O forse per sesso. Dal lago un giorno spunta un cadavere. Uomo. Allenato. Giovane. Omosessuale. Sulla sponda del lago giunge una nuova dimensione di diversità. E’ il commissario inquirente cui tocca ricostruire la dinamica del delitto e individuarne il colpevole. Vive seminascosto. Ha il passo del voyeur. I modi del voyeur. Una sorta di spia subliminale. Uno che guarda dal buco della serrature. I ragazzi gay sono infastiditi da quel guardone che senza alcuna privacy invade il loro mondo fatto di un boschetto dove si consumano i pranzi di un amore laicista e progressista. Diverso tra i diversi, quell’uomo non ignorerà l’altra forma di singolarità in quella comunità. L’eterosessuale. Ne otterrà parole. Ma non basteranno a pacificare.

Su quella sponda si muore. In nome di una diversità mai sbandierata, ma più che chiaramente percepita. Ognuno subisce la altrui diversità. E, al contempo, la propria diversità. In questo senso il film di Guiraudie è coraggioso, non restringe il concetto ad uso e consumo di una parrocchia. Laica. Laicista. O a-confessionale. Le acque lacustri, accoglienti come liquido amniotico per neonati già stanchi di contese sessuofobe, conservano i segreti che animi crudeli non si vergognano di esibire. E, da tomba silenziosa, si trasformano in sepolcro volubile e semovente, in cui le colpe affiorano dietro le sembianze di fisici plastici, senza dinamismo né alito vitale. Accompagnate dallo stormire di fronde boschive che sussurrano i peccati a fratte testimoni di amori clandestini e morti violente. Amore e morte di un’altra sponda. Amore e morte omosessuale. Come amore e morte eterosessuale.

Il film è sconsigliato a stomaci sensibili e, comunque, una volta usciti, è bello rivedere le donne.

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