“Non posso dimenticare la mia famiglia”

 

 

 

 

Metti un cattivissimo che diventa buono. Metti una squadra di buoni – i Minion – che diventano cattivissimi. Metti un messicano che fa il buono a tempo perso e il cattivissimo di mestiere. Metti un professore che fa il cattivissimo, ma in fondo è un buono. E mettici un’investigatrice privata, perché un film senza donne, anche se è un cartone animato, non è un film. Metti che questa tipa tutto pepe si presenti da cattivissima, ma poi l’amore la conci per le feste. E diventi buonissima. Metti… Cattivissimo me, puntata numero 2.
Il sequel del celebre blockbuster, in versione bi e tridimensionale, insomma, spariglia il banco. Le attese di chi ha visto la prima puntata saranno sorprendentemente sconvolte, ma nessuno dei buffi personaggi che il pubblico di grandi e piccini ha imparato ad amare, perderà completamente le proprie caratteristiche. Il perfido Gru – con la voce di Max Giusti – ora più responsabilizzato dai sentimenti verso le tre figlie, non ha dimenticato il piglio di quando era un cattivissimo. Adesso, in qualità di ex, viene addirittura assoldato da Lucy (forse una citazione dei Peanuts di Schulz, con la voce di Arisa)  per smascherare il nuovo criminale che avvelena la città. E non farà mancare il suo apporto in termini di intuizione e determinazione.

Specularmente, i Minion, eroi del buonismo più spinto, che in passato cercarono di redimere l’odiosa pelata di Gru, vengono chimicamente trasformati in un esercito di guastatori. Assassini. Divoratori. Al servizio di Macho, un cattivissimo cui Neri Marcorè presta la parola e che nella prima serie si era schiantato volontariamente contro un vulcano. Come in ogni favola che si rispetti, i morti non muoiono mai veramente e neanche per finta. Non muoiono e basta. In fin dei conti, a tutti fa comodo che sia così e poi, almeno a livello di immaginazione, una vittoria seppur sterile e – appunto – di cartone contro la morte, fa sorridere e solleva il morale di tutti. Grandi e piccini.

Cattivissimo me 2, come tutte le favole di animazione, ha il lieto fine e i buoni sentimenti che si devono a ogni racconto destinato ai più piccoli, davanti ai quali si tende a non demonizzare neppure i peggiori fantasmi. Ne consegue quindi che i cattivi “poi, così cattivi, non sono mai”. E che anche ad eventi terrificanti, come a suo modo la morte stessa simboleggia, c’è spesso un rimedio. Per questo, eroi e antieroi sopravvivono a loro stessi e a inenarrabili quanto apparentemente irreversibili cataclismi. Per questo, in fin dei conti non è proibito “sognare”. E, in tale prospettiva, la morte diventa superabile perdendo quella tinta di spauracchio irrevocabile come fine di tutto.

Una chiave lineare che consente un rimescolamento di carte continuo e non rende improponibile il rutilante avvicendarsi di ruoli con l’alternanza di buoni e cattivi sotto i medesimi caratteri e personaggi. Non per nulla il professor Nefario, un cattivo doc, trova l’antidoto alla perfidia e diventa buono lui stesso, con una giustificazione non casuale: “Non posso dimenticare la mia famiglia”. L’indole didattica del cartone animato, insomma, non perde valore né spessore, tanto che una nuova famiglia di fatto nasce davvero. Dietro quella frase si nasconde gratitudine e legame affettivo, due facce assolutamente integrate della stessa medaglia dell’amore.

Tuttavia, Cattivissimo me 2 non è il solito ritrito pastone di buoni sentimenti, conditi dalle buffe espressioni caratteriali di marionette di carta, ma si richiama alla tradizione recente dell’iconografia cinematografica e fotografica

di larga parte della porzione centrale del Novecento. Gli animatori francesi si sono lasciati influenzare dallo stile comico di Charlie Chaplin, Buster Keaton, Jacques Tati e Peter Sellers oltre al celeberrimo scatto fotografico “Pranzo sul grattacielo” dell’agenzia Corbis, che ritrae lo spuntino degli operai in pausa per il pranzo, sospesi su una trave sopra di Manhattan. La foto (qui sopra) sarebbe stata scattata il 20 settembre 1932 durante la costruzione dell’Rca building e venne pubblicata un mese dopo sul New York Herald Tribune. Era l’immagine di un’aspirazione. Una metropoli cruciale nel ciclone della Depressione, sopraggiunta nel 1929, guardava verso il cielo. Verso l’alto. Verso nuovi traguardi. Non sapremo mai se coloro che hanno visto quell’immagine l’hanno interpretata in quest’ottica, ma da allora è diventata, a detta degli stessi titolari dei diritti, la fotografia più venduta in assoluto. E Cattivissimo me 2, a suo modo, la celebra.

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