“Detesto i fallimenti, figuriamoci se ti concedo il divorzio”

 

 

 

Milano negli anni della crisi. Milano che gioca a golf e fa girare denaro. Tanto denaro. Un costruttore che riduce in briciole affari e palazzi mentre sua moglie, capitana d’industria, la polvere la fa invece mangiare al marito. Milano dolceamara. Quel parvenu dell’edilizia, tutto retorica e convenzionalismi, non costruisce niente se non debiti, ma la consorte – un bel giorno – rifiuta di ripianarli. E ribalta la situazione. Invece della sua firma per la fidejussione, pretende e ottiene quella dell’uomo alla cessione dell’azienda. A quel punto il maldestro imprenditore spera in un colpo del destino e il destino sembra farsi vivo subito. La moglie, in trasferta di lavoro in Romania, viene data per morta in un tragico incidente aereo. Erede universale dell’impero finanziario, organizza una cerimonia funebre, ma proprio alla fine di quella che si era trasformata in una festa, riappare la donna. Mefistofelica più che mai.

Se così non fosse il titolo del film, Aspirante vedovo, non si giustificherebbe. Infatti l’uomo, inedita novità assoluta, davanti al ritorno della consorte, scampata miracolosamente alla tragedia, comincia a progettarne la morte. Naturalmente – nuovo omaggio all’originalità – i suoi sforzi saranno funestati solo da una serie di imprevisti che tali sono fino a un certo punto. La pellicola di Massimo Venier, al quale si devono alcune tra le più recenti uscite di Aldo, Giovanni e Giacomo – Tre uomini e una gamba, Chiedimi se sono felice, La leggenda di Al John and Jack, Tu la conosci Claudia – è una delle più scontate che si possano immaginare e il difetto peggiore è che nulla stupisce lo spettatore se non il fatto che, in tutto il film, Luciana Littizzetto dice solo tre parolacce. E per di più in contesti non volgari.

E’ forse questa la sorpresa… Macché. Né lei, né Fabio De Luigi riescono a strappare una sola risata e l’ora e 24 minuti che devono trascorrere fino ai titoli di coda non pesano, ma non divertono. E’ legittimo quindi chiedersi per quale ragione si debbano spendere otto euro per andare a vedere il film ed è automatico rispondersi che il cinefilo non riesce a non entrare in sala. E, se avesse già visto tutto ciò che gira sotto casa sua, non esiterebbe a collezionare forse la prima Littizzetto in versione castigata. Ma se Aspirante vedovo è così poco esilarante e per nulla originale, la responsabilità non è certo della coppia di comici.

La pellicola è una libera rielaborazione de Il vedovo di Dino Risi, un film del ’59 con Alberto Sordi nel ruolo di Nardi, oggi ricoperto da Fabio De Luigi e Franca Valeri in quello assegnato all’attrice torinese. Le rassomiglianze tra le due opere sono marcate. O meglio, Aspirante vedovo è un calco dell’antecedente. Identico il nome del protagonista maschile e identica la trama nella sua totalità, compresa la figura dell’amante del costruttore, poi destinata a finire in pasto a mani diverse. Immutata perfino l’ambientazione milanese, benché nel film di Risi l’imprenditore edile sia un romano dalle scarsissime qualità morali e professionali.

Variati invece alcuni particolari dovuti ai tempi. Alberto Sordi di ieri (qui nella foto con Leonora Ruffo nei panni dell’amante) produceva ascensori a differenza dell’impresa edile di De Luigi oggi. In questo senso è da sottolineare la citazione diretta di Venier che in un incubo notturno di De Luigi costruttore gli fa immaginare che la moglie cada nella tromba dell’ascensore di Torre Velasca, uno dei più noti e datati grattacieli milanesi. Allo stesso modo cambiano i dettagli dell’incidente in cui si crede morta la capitana d’industria. Franca Valeri “moriva” nella carrozza di un treno finita in un lago, mentre per la Littizzetto è pronta una sciagura aerea in una notte buia e tempestosa. Un segno dei tempi, insomma.

In buona sostanza, un adeguamento ad epoche diverse. E a un nuovo millennio lontano anni luce da quegli anni del boom. Tuttavia, in oltre mezzo secolo, è cambiato anche il modo di ridere perfino in chiaroscuro e ciò che allora potteva apparire paradossale oggi risulta solo scontato e prevedibile. L’impronta dolceamara dell’espressivo Sordi e dell’inflessibile Franca Valeri, adatti anche per natali alle parti loro assegnate da Risi, sono lontanissimi per bravura dal romagnolo De Luigi e dalla piemontese Littizzetto, dai quali ci si aspetta una risata che non arriva, ma dai quali non arriva nemmeno quella punta di trasognate emozioni, tipiche invece della commedia all’italiana.

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