Plic. Plic. Plic-plic. Senti il tempo dispari della pioggia…

 

 

 

 

 

 

Da piccolo, Costantino (Rocco Papaleo – Basilicata coast to coast, Io e Marylin) tifava per Gesù Cristo e per questo si era fatto prete. Poi s’innamorò di una donna e gettò la tonaca alle ortiche. Peccato che lei si fosse innamorata della tonaca e se la diede a gambe.

Arturo (Riccardo Scamarcio – Romanzo criminale di Michele Palcido e Mine vaganti di Ferzan Ozpetek)  l’aveva conosciuta a scuola, quella bambina. Giocavano. Poi presero ad amarsi. Vita scandita da battiti e pulsazioni non soltanto cardiache, ma fatte di cromosomi. Oltre che di sentimento. Poi, dopo aver sposato Rosa Maria (Claudia Potenza – Basilicata coast to coast e Magnifica presenza di Ozpetek) , fu lei a fuggire… E l’intero paese lo ribattezzò in un attimo. Il cornuto.

Valbona (Sarah Felberbaum – Maschi contro femmine di Fausto Brizzi) faceva la badante di mamma Stella (Giuliana Lojodice). Fidata. Regolare. Perfetta. Al punto da rinnegare quella sorella che invece faceva la vita. Vendeva il suo corpo a clienti danarosi. E non si vergognava di nascondere il suo passato di mercenaria. Nemmeno quando, scoccati i quarant’anni, pur essendo ancora bella e desiderabile, optò per una pensione anticipata. Magnolia (Barbora Bobulova – La bellezza del somaro di Sergio Castellitto e Immaturi di Paolo Genovese), così si chiamava, fu rinnegata da Valbona, la quale a sua volta andò a vivere con una donna. Guardacaso, Rosa Maria. Pazza d’amore per lei.

Meridionale srls è un’impresa costruttrice a responsabilità limitatissima. Il titolare (Giovanni Esposito, comparso in film importanti come The tourist di Henckel von Donnersmarck e To Rome with love di Woody Allen) è affiancato dalla figlia, nella finzione e nella realtà, e da un manovale di nome Gennaro che si fa chiamare Jennifer. Ambiguità di sodalizi, stavolta lavorativi. E il gusto degli scherzi, come solo un’ex comparsa al circo sa fare. Entreranno a far parte della “famiglia”.

Questi sono gli ingredienti, ma non la trama di Piccola impresa meridionale di Rocco Papaleo, autore anche del libro (Mondadori, pp. 132, euro 15) da cui il film è tratto. Il film ha molte più ambizioni di quelle che sulle prime il titolo e il genere lascerebbero prevedere. E’ una commedia leggera, ma tutt’altro che vuota e dal chiaro intento di rompere tutti gli schemi e sottolineare, con infinito garbo, le diversità – omosessualità, prostituzione – e mandare in frantumi i preconcetti, ossatura dell’umana quotidianità. Errori e ripensamenti costituiscono così il menu di vite costrette a confrontarsi con la morale tradizionale che non li ammette né li riconosce. Mamma Stella è la custode e l’anziana vestale di questa etica comportamentale e si trova in crisi davanti a una figlia che si scopre lesbica e a un figlio che smette la tonaca. A ciò si aggiungono le malelingue che non perdonano. L’ignaro marito abbandonato da una lei in fuga marchiato dalla patente di cornuto, senza né essere tale né rendersene conto. “Ce le fai vedere le corna” chiede un gruppo di bambini, innocenti, smaliziati e implacabili. Tardi verrà a sapere che la moglie è fuggita per amore di un’altra donna.

Assetti che si spezzano anche nell’impresa “Meridionale” dove la bambina, figlia di genitori divorziati è assegnata al padre, fatto unico più che raro in caso di separazioni. Oppure l’ex prostituta che guarda le foto dei suoi clienti ex amanti, addormentati, in preda alla nostalgia e a un vago sentimento d’amore, davanti al quale cede con la domanda retorica che più l’affligge, in tema di matrimonio. Avere rapporti sessuali sempre con la stessa persona. E fuori dagli schemi è anche quel sacerdote costretto ad amministrare sacramenti, pur non essendo più prete, ma restando nell’opinione degli altri ancora tale. Crisi di vocazione e crisi di vocazioni laiche e religiose. La folla di questi personaggi si ritrova così intorno a un vecchio faro spento da tempo che in seguito alla buona volontà e alle conoscenze riprenderà ad irradiare la sua luce.

Metafora e realtà di una conoscenza acquisita e di un’illuminazione che contribuisce ad arricchire la povertà umana e spirituale di un piccolo mondo confuso con valori nuovi, ma vecchi al tempo stesso. Mentalità a confronto che inizialmente creano attriti – il parroco che maledice quel matrimonio omosessuale – ma successivamente sembrano l’anima di un’integrazione cui ognuno, nel suo piccolo si sforza di contribuire. Il faro, dove è ambientato l’intero film, poi è una simbologia ricorrente nel cinema, come ricerca della luce in quanto saggezza conquistata e ritrovata o come forma di conforto acquisito nell’oscurità di minacciosi marosi. Lo abbiamo visto recentemente in questa veste nel film del coreano Hong Sang-soo, In another country, ma è luogo frequentato dai registi e Papaleo non fa eccezione. Piccola impresa meridionale ricorda poi un antecedente illustre, sebbene di diverso genere e prestigio, come Ombre rosse (1940) di John Ford, per l’analogia sul tema dell’integrazione. Nella pellicola americana all’interno della diligenza, per un viaggio pericoloso infestato dagli Apache, convivono una prostituta, uno sceriffo tutore dell’ordine, un medico ubriacone, un rappresentante di liquori, un giocatore d’azzardo, un banchiere corrotto e la moglie incinta di un ufficiale. Diversità diverse. Diversità che oggi si chiamano prete spretato, coppia saffica, prostituta, cornuto e un padre separato con l’affidamento della figlia. Non servono gli apache. Oggi. La vita ci mette del suo.

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