Alcune cose, dopo che le hai amate, fanno solo un giro. Poi, tornano da te.

 

 

 

 

 

New York ha la pancia grande della città che tutto contiene. Vintage e nuove tendenze. Old fashioned e new wave. Ovverossia, all’antica e neo modernismo. Vecchia e consolidata, morale tradizionale. E i pionieri dell’autoaffermazione del sé. Agosto 1944. La guerra è lontana. C’è un’America che combatte. Al di là dell’oceano. Vede la morte. La sente arrivare. Conosce il fischio delle pallottole. Il fragore apocalittico delle bombe. E affida bollettini a dischi che suonano sinfonie di morte. Inviati a chi è rimasto qua. Al di qua c’è un’America che non soffre quel conflitto. Lo interpreta futuristicamente. Igiene del mondo. E al contempo sogna di raggiungere la Normandia per vedere lo sbarco. E l’effetto che fa. Guerra come spettacolo.

I Giovani ribelli di John Krokidas, in quell’agosto del ’44, sono i poeti della Beat generation ante litteram. Allen Ginsberg. Jack Kerouac. William Borroughs. Prima di diventare poeti e scrittori. Prima di essere i simboli e l’affermazione di quel periodo di protesta. Reazione a una morale obsoleta che i nuovi “maledetti” vedono in senso trasgressivo. Prodromi di una frattura. Il film anticipa il periodo vero e proprio della ribellione. Prima che la Beat generation fosse. Allen Ginsberg sta per varcare le soglie della Columbia come matricola. Borroughs non ha ancora scritto una sola memorabile riga. Kerouac è di là dal suo viaggio sulla strada.

Albori dunque. Origine scapestrata. Sorgente malforme e difforme. Giovani ribelli rievoca un episodio cruciale per questa gioventù. Un delitto che porta in sé i crismi di una nascita. Un’imposizione. La più violenta. Irreversibile. Il caso Kammerer. E’ lucida follia e quella che oggi chiameremmo stalking. Un termine per tutti intraducibile in altre lingue che non siano l’inglese. E per tutti drammaticamente chiarissimo. Il rendere schiavi. Sottomettere. Egemonizzare, con il peso intellettuale e sessuale, l’altrui creatura. David Kammerer s’invaghisce di Lucien Carr. Lo assedia. Lo tiene sotto scacco. Scacco matto al re del cuore e dei sensi. Scacco matto al ragazzo oggetto della sua concupiscenza. Il peso di un cielo che crolla sulla testa del giovane Lucien. E di una madre che si accorge del pericolo. Vede il pericolo. Dà un nome e un cognome a quel pericolo. David Kammerer.

Da Chicago a New York per fuggire i tentacoli di un oppressore che solo un coltello riuscirà a fermare. A cancellare. A far scomparire. Kammerer insidia Carr. David è infatuato di Lucien. E niente lo ferma. Nemmeno quel trasloco tra metropoli lontane. Un coltello e una pietra. Quello che ferirà David Kammerer. Quella che ne inabisserà il corpo ancora vivo nel fondo dell’Hudson. Un delitto freddo. Parole gelide. Sanguinarie. Carr uccide, ma non è il solo a finire sul banco degli inquisiti. I suoi compagni vengono coinvolti in quel gesto brutale. Connivenza silenziosa. Fiancheggiamento titubante. Oblio forzato di una colpa che sa di antico. Caino assassino.

Il caso Kammerer riemerge dalle acque dell’Hudson e della memoria, che lo aveva seppellito sotto un sepolcro fatto di silenzio, attraverso i fotogrammi di un film che squarcia un velo su quel fatto di cronaca. Letteratura. Amore. Costume. Un velo svelato sull’alba di quattro giovani che attraverso quel delitto affermano la loro volontà di reazione. Ribellione. A un conformismo qualunquista fatto di reiterate parole. Vuote e senza senso. Ritornelli costruiti sulla normalità convenzionale. Rappresentata dal cicerone che insegna alle matricole dell’università come la biblioteca sia una chiesa. Custode di testi religiosamente sacri per il rito laico della celebrazione della cultura. Teche limpide. Bacheche trasparenti. Schiene piegate su tavoli antichi. Volto e simbolo di tempi che furono. E proprio su quei tavoli sale l’irredimibile Lucien Carr, studente che occhieggia a quel gesto reso celebre dall’Attimo fuggente di Peter Weir. Emblema di una reazione che prenderà sembianze diverse. Il sesso rubato all’archivista tra gli scaffali per rubare le chiavi del tempio sacro bibliotecario, dove intrufolarsi nottetempo per esporre, al posto di tanti capolavori, volumi decisamente più trasgressivi. Rottura di schemi. Rottura e basta. Come lo fu la Beat generation. Come lo furono le vite di Kerouac, Ginsberg, Borroughs. E naturalmente Carr. Che, a fine pena, entrò alla United press dove fece carriera. Divenne un uomo ordinario. Geloso della propria privacy. Volle che Ginsberg cancellasse la dedica di Urlo, rivolta proprio a lui. Ebbe tre diverse compagne di vita. E morì di tumore a ottant’anni. Era gennaio. Era il 2005.

Alcune cose, dopo che le hai amate, fanno solo un giro. Poi, tornano da te.

 

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