Quando invecchi, dentro di te sai se hai fatto qualcosa di strano, buono o cattivo e vuoi raccontare il tuo punto di vista.

 

 

Si chiamava Giovanni Manzoni, il boss. Perché al di qua o al di là dell’oceano se sei un mafioso hai un nome italiano. E se infatti il suddetto Giò Manzoni è un padrino che sotto mentite spoglie è trasferito in Europa dietro protezione, il suo cacciatore, Lucchese – anche lui italo più che americano – è rimasto laggiù a pilotare i picciotti dalla cella, perché facciano la pelle a Manzoni. Storie di mafia, insomma. Cose di cosa nostra, prendendo a prestito Falcone. In realtà Cose nostre – Malavita di Luc Besson, ispirato al romanzo dell’italo (pure qui) francese Tonino Benacquista e pubblicato da Ponte alle Grazie, ha la caratteristica di porre un accento vigorosamente satirico sulla figura del padrino pentito, diventato un ex boss che, pur inserito in una diversa cornice per costruirsi una nuova vita, mantiene – come i componenti della sua stessa famiglia – l’identico modo di risolvere i problemi come ai tempi in cui era il re della criminalità.

C’è uno scacco dunque. Non più il solito e poco originale film di mafia, ma uno scavo interiore. Giustificato dall’arrivo di quel boss in una comunità piccola, un paesino della Normandia, dove ambientarsi non è facile. Un microcosmo che viaggia con lentezza, rimedia a ogni problema con una serafica calma che sconcerta e vede in quella famiglia americana i nipotini dei marines sbarcati nel ’44. L’attrito è inevitabile.
Luc Besson (Nikita, Subway, Le grand bleu) si immerge in questo universo scavando nel personaggio e mettendo a nudo le antinomie. Il desiderio di ricorrere alle maniere forti per risolvere piccoli e grandi guai e l’abilità, non sempre compiuta, di astenersi. Ma la brutalità è vizio di casa Manzoni. La moglie incendia il supermercato dove origlia alcune massaie criticare gli americani. La figlia malmena i compagni di scuola che tentano maldestramente approcci bislacchi. Il figlio, un saputello da strapazzo, dopo essere stato battezzato dai “nonni” del collegio, si vendica di soppiatto.

Molto, tuttavia, non accade ma si vede. I desideri, insomma. Quelli che Besson, avvalendosi di un montaggio di prim’ordine, mostra allo spettatore per definire ciò che realmente si nasconde in questo ex boss pentito che, dopo aver spifferato quanto sapeva, ha spedito in galera altri delinquenti come lui. Gente che ha creato connivenze in carcere e ora gli sta dando la caccia. Tra il lato oscuro di Giovanni Manzoni e ciò che invece combina questo inquieto nuovo cittadino, spacciatosi per scrittore, sta lo scacco che pone l’accento sull’aspetto comico-satirico di questo film che non risparmia ironia su luoghi comuni e idiosincrasie. E per questo forse stravolge ogni lineare andamento, iniziando proprio dalla fine per poi raccontare come si giunge a quell’epilogo.

E allora ecco party che diventano confronto tra i compaesani sbalorditi da quel nuovo ospite che vorrebbe ammazzare mezzo mondo, dal sindaco all’amministratore delegato dell’acquedotto, dai detestati vicini all’idraulico, ma poi si limita a mettersi al tavolino e stendere le proprie memorie con una vecchia macchina da scrivere riesumata nel ciarpame della cantina. Il film è opera di una squadra d’eccezione. Il regista ha potuto contare su un produttore d’eccezione, quel Martin Scorsese, nume tutelare in tema di film sull’onorata società. E a Scorsese è dedicata una citazione importante quando Manzoni, in qualità di scrittore, viene invitato a una sorta di cineforum per coordinare un dibattito su Quei bravi ragazzi, girato dal regista italo americano nel 1990, e incentrato proprio sulle vicende di un boss pentito. Protagonista di quel film era Robert De Niro, guardacaso negli stessi panni del padrino delatore di Besson, che attorciglia i riferimenti. Qualcuno verrà (1958) di Vincent Minnelli viene espressamente rispolverato grazie al suo collegamento con l’attività di Manzoni, mettendo in scena uno scrittore disilluso, reduce di guerra, che torna a casa con più di qualche problema. Ma non basta. Michelle Pfeiffer (Le relazioni pericolose di Stephen Frears e Scarface di Brian De Palma) nei panni della moglie del boss, Tommy Lee Jones (Lincoln di Steven Spielberg, Non è un paese per vecchi dei fratelli Coen e Radio America di Robert Altman) nelle vesti del coordinatore della sicurezza del boss pentito e Dianna Agron, regina della serie televisiva Glee, completano un cast d’eccezione di un film da non perdere.

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