L’amore non ha sesso, l’importante è piacersi. L’importante è essere felici.

 

 

 

Assalto di cromosomi. Frullatore di sensazioni. L’uomo come essere umano, plasmato dalla chimica e dalla biochimica, esce dall’ambiguità dell’adolescenza. E diventa. Uomo. Donna. Finalmente identità. La volontà prende forma. Il desiderio di essere si fa qualcosa di più concreto. Entra nel mondo, in buona sostanza. Un mondo capace di guardare distratto. Ma anche di attaccare, contaminato da pregiudizi radicati come cancri mentali. O mostrarsi disinteressato. Distaccato. E dissolversi.

La vita di Adele di Abdellatif Kechiche, che ha sbancato Cannes vincendo il premio più importante, non è un film sull’omosessualità femminile. E’ autodeterminazione di vite. E costano lacrime, spesso. Dolore. Stupore. Felicità di essere. Se stessi. Al di sopra dell’omologazione nel nulla stratificato delle convenzioni, rispettate per non infangare altrui prefigurazioni caratteriali. O inclinazioni. Presunte o reali. Adele (Adèle Exarchopoulos) è reazione. E’ l’esserci. E’ esistere. Volere. E scoprire se stessa. Corpi. Desideri. Adele è una bisessualità che supera il confine ristretto e ottuso delle preferenze fisiche. Adele è scelta di un oggetto di amore, indipendentemente dai suoi contorni.

L’innamoramento per Emma, dopo qualche isolato flirt con ragazzi coetanei, non è la presa di coscienza di una diversità che si frappone fra lei e l’universo circostante, ma la constatazione che il sentimento sceglie a prescindere dal cosiddetto “politically correct”. Non è l’attrito omosessualità-eterosessualità, ma l’essenza di chi ama. La distanza colmabile. La distanza da colmare. “La vita di Marianna” di Marivaux, citata da Kechiche in apertura, quando la scolaresca – durante la lezione di letteratura – legge alcuni brani in classe, è l’accento dotto. “Qualcosa lontano dal cuore”. Il professore chiede agli alunni un’interpretazione. E la risposta è immediata. Il distacco che precede la conoscenza. Il messaggio degli occhi. Lo sguardo di chi vede interessante qualcuno che non ricambia quel subliminale e sottile ammiccamento.

Adele nota Emma (Léa Seydoux), una ragazza dai capelli blu. E inclinazioni saffiche. E’ lontana dal cuore. Ma non lo resterà per molto. E’ amore. E ha un prezzo altissimo. La pubblica derisione. Lo scherno delle compagne di scuola per il mancato pettegolezzo sugli amori da liceo. Le avventure sui banchi. La collezione di “fidanzati”. Adele viene targata. Massacrata in un interrogatorio dalle amiche inacidite. Il linguaggio precipita. Accuse. Sberle. Il mondo benpensante e tradizionalista prende a ceffoni quella figlia… degenere. Ma Adele non desiste, non rinnega i propri sentimenti. Tema nobile. Adele afferma se stessa. Non ha paura di mandare in frantumi schemi consolidati.

Con lo stesso coraggio insegue se stessa nel mondo. La sua vocazione. Insegnare. “Non mi piace una materia in particolare, mi piace a seconda che me la sappiano spiegare. Per questo i miei voti sono oscillanti”. E Adele finirà per insegnare nell’istituto più nobile e al tempo stesso più complicato, forse. L’asilo. Palestra per essere umani in divenire. Impone se stessa sul lavoro. Non cede ai drammi sentimentali. Psicologici. Resiste. Come Emma. Votata all’arte. E, intorno, quei nudi che sanno di vita. Di cuore. E di se. Emma che vuole l’arte a prescindere dal mercato collezionista. L’arte come pensiero. Lontana dal denaro. Lo sterco del diavolo. E Schiele. Klimt. Picasso. Pennellate di rottura. Scacco con una realtà appiattita.

Autodeterminazione e vocazione in rapporto causa effetto con la conseguenza lineare. La solitudine. Adele e Emma sono donne destinate a restare sole. E sole restano. La prima con se stessa. Perde Emma per una sera e perde se stessa. Travolta da un amore fugace. Una liaison di una sera. Adultera punita. Cacciata da Emma. Espulsa dalla sua vita. Ad Adele rimane l’asilo. E una vita senza amore. Emma non vuole saperne di perdonarla, se non a parole. Trova una nuova compagna, ma anche lei perde. Il cuore. “Nulla potrà mai essere come con te” le confessa. E ammette che quella nuova relazione non può soddisfarla. E’ sola in mezzo al mondo. Un mondo che affolla il vernissage della sua mostra. Un nulla che la lambisce. La tocca. Le urla nelle orecchie il suo deserto.

Storia di relazioni pericolose. Choderlos de Laclos, anch’egli rispolverato da Kechiche in questo incrocio di sentimenti irraggiungibili. Precarietà paradisiaca destinata a trasformarsi in un inferno consapevole. La solitudine dell’essere. Sintetizzato in quell’addio dalla folla vacua di critici, amici e personaggi austeri che plaudono l’arte di Emma. Vocazione soddisfatta di una solitudine latente, ma tangibile. E definitiva. Adele se ne va. Sola. Di spalle. Inseguita per finta. In un gesto isolato. Come la società che l’aveva respinta dopo quell’amour fou. Una famiglia che si dissolve. Amici che svaniscono sulla soglia dell’impalpabile. E’ il contrario della passeggiata di Antoine Doinel ne I 400 colpi. Una che dà la schiena alla macchina da presa, mentre l’altro guarda direttamente nell’obiettivo. Modi diversi, ma forse a ognuno il suo ciclo. Come quello di Truffaut, anche la Adele di Kechiche potrebbe tornare.

La vita di Adele, ispirata al fumetto Il blu è un colore caldo (Rizzoli, pp. 160) di Julie Maroh rischia un sequel. Kechiche, pienamente soddisfatto delle sue attrici Léa Seydoux e Adèle Exarchopoulos, è stato da loro attaccato. Voleva naturalezza e spontaneità laddove talvolta era difficile crearla. Le lacrime di Adèle. La sensualità di scene che possono colpire. La ricostruzione delle parti intime delle due giovani artiste, in nome della decenza. Le ragazze non hanno risparmiato parole velenose. Léa più di Adèle, che tale è all’anagrafe e nella pellicola. Vent’anni da compiere e due film all’attivo. Oltre a questo, anche l’apprezzatissimo Vento di primavera di Roselyne Bosch. I piccanti particolari di molte scene attrarranno e respingeranno eguali quantità di pubblico in proporzione, ma il film merita uno sforzo di tre ore. Eccesso cinematografico, comunque. Dolcezza in tanti passi. Tenerezza, in qualche caso. Mai volgare. Tantomeno pornografico. Sebbene, di rottura. Dirompente in quel parallelismo che mette in relazione la contestazione giovanile e due protagoniste che non sacrificano diverse personalità agli accessi dell’amore.

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