Nessuno ti darà mai la verità, ma solo la sua versione. Se vuoi la verità, devi andare a cercartela

 

 

 

 

Il quinto potere è costituito da “coloro che vogliono tenere sotto controllo gli altri quattro poteri e che recentemente sono stati definiti talpe, cani da guardia, citizen journalist e… WikiLeaks”. Per la cronaca, o meglio per le note di produzione, i quattro poteri di cui sopra consistono invece in clero e governo, nobiltà ed élite dei ricchi, cittadini, media. In buona sostanza la fisionomia di questa società del XXI secolo. Ed è proprio la società di questo nuovo millennio la protagonista de Il quinto potere di Bill Condon, sceneggiatore del musical Chicago, al quale si deve la regia degli episodi della saga Twilight e Breaking dawn.

Incentrato sulla figura di Julian Assange, programmatore e fondatore di WikiLeaks, il film non è da considerarsi un documentario, piuttosto un’analisi sul nuovo modo di favorire o diffondere un’informazione libera a 360 gradi. L’esperienza del sito più controverso degli ultimi dieci anni è scandagliata da fotogrammi turbinosi. E rutilanti. Veli che cadono. Filmati che smascherano attentati riciclati per scontri armatiin Medio Oriente. I segreti di banche d’affari gettati in pasto a famelici squali, ansiosi di azzannare i clandestini della ricchezza. Ma non è il caso isolato di specifici fatti a far riflettere. Bensì il confine.

Il quinto potere è la storia di quella frontiera. Quel limite. Ciò che è lecito. Ciò che giusto. A quale livello è possibile spingersi pur di informare. Per informare. Il fulcro intorno a cui ruotano pensieri e parole, ma soprattutto immagini, è un interrogativo. Di chi è lecito mettere in pericolo la sicurezza pur di accrescere una reale conoscenza dei fatti? Attorno a questo dapprima si compone il sodalizio fra Assange e Berg, decisi a diffondere notizie criptate. Offuscate. Distorte. Manipolate. Ristrutturate a seconda dell’utilità. E attorno a questo poi si consuma la frattura fra gli stessi Assange e Berg (Daniel Brühl già incontrato in Rush nel ruolo di Lauda), il primo refrattario a tutelare la sicurezza degli informatori del Pentagono, il secondo invece attento a non mettere a repentaglio la sicurezza di innocenti.

Anche per questa ragione Il quinto potere è tutto tranne che un documentario sul caso WikiLeaks, tema su cui sono già stati prodotti alcuni titoli e altri ne usciranno forse in futuro. Il regista giura che il film non vuol prendere le parti né a favore del professionista australiano ora barricato da più di un anno nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra dove gli è stato offerto asilo, né contro di lui. In realtà la pellicola sembra molto inclinare pro Assange e lasciare invece poco spazio per la comprensione verso quei governi o quegli istituti ritenuti responsabili di aver alterato la verità a proprio uso e consumo ingannando così la gente. Non è un caso che la chiosa sia affidata allo stesso Assange, interpretato da Benedict Cumberbatch, popolare oltre Manica per aver interpretato Sherlock Holmes sulla Bbc. Sono le sue parole, intervallate alle didascalie che descrivono l’attuale ruolo dei protagonisti del Quinto potere, a spiegare come spianare la strada verso la verità.

Nei desideri del regista il film è imparziale e obiettivo. Nella realtà, la sceneggiatura è tratta da due libri che hanno raccontato la parabola di Assange e il ruolo di WikiLeaks nella cronaca e nell’informazione degli ultimi sette anni. Ne esce un thriller caotico, non per un difetto di costruzione, ma perché è la materia stessa ad esserlo. I movimenti di Assange senza sosta per rendersi irreperibile e irrintracciabile. I diversi sistemi di comunicazione tra messaggi, mail e skype. Un contesto che rischia di risultare ostico a chi non ha dimestichezza con l’informatica e i computer. Pur essendo interessante, benché impegnativo per non perdere la bussola nel marasma di tanti viaggi virtuali. In una materia in cui non esiste nulla di fantasioso, dove però molti avvenimenti sono stati contratti e alcuni personaggi sono il frutto di una fusione di più protagonisti nella realtà.

Ciò detto, inviterà a parlare. A rispondere a quel famigerato interrogativo, cui codici e spioni non sono riusciti a dare una chiave di volta, se non ognuno a modo suo. Se quindi sia giusto mettere a repentaglio la sicurezza di qualcuno pur di garantire l’informazione. Totale e corretta. Dentro e fuori dal film.

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