Sono preoccupato per i nostri ragazzi, oggi non basta più frequentare le scuole e imbarcarsi…

 

 

 

 

Una barca a motore spinta all’eccesso vola sull’acqua. Fa fatica. Cavalca le onde, pur ansimando. Sembra non ce la faccia. Invece… Invece grazie a una scala quasi sproporzionata per quella bagnarola, un manipolo di disperati somali aggancia il mercantile americano. Maersk Alabama. E lo sequestra. Era l’8 aprile 2009. Un fatto vero. Verissimo. Vicino a noi. Vicinissimo. E unico nel suo genere. Per ritrovare un atto simile bisogna retrocedere nei secoli. E nei secoli dei secoli.  A tener viva la memoria su un caso tanto tragico quanto curioso che al tempo aveva stupito internazionalmente è Captain Phillips – Attacco in mare aperto di Paul Greengrass, un film d’azione che ha l’ambizione di essere qualcosa in più di una semplice avventura con toni da thriller.

Acque internazionali. Oceano Indiano. L’Alabama batte bandiera a stelle e strisce ma si spinge in una rotta poco frequentata da altre imbarcazioni. E si offre, boccone succulento, ai signori della guerra somali. Criminali che assoldano altri criminali, reclutati fra i disperati a piedi nudi sulla spiaggia, con tanta fame di cibo e dollari. Perché quei disgraziati vivono masticando foglie di qat. La Catha edulis, detta appunto qat, è una pianta che cresce in Africa con proprietà stupefacenti. Per l’Organizzazione mondiale della sanità, è una droga che provoca euforia ed eccitazione, in virtù di un alcaloide stimolante, capace di provocare dipendenza in chi lo assume. Il sequestro riesce, ma presto degenera. L’equipaggio, grazie a un trucco vecchio come il mondo, riesce a ferire a un piede uno degli aggressori, costretti così ad accettare una somma di denaro e la scialuppa di emergenza per allontanarsi. Tuttavia nell’apprendere il meccanismo di funzionamento dell’imbarcazione, il commando riesce a sequestrare il comandante della Maersk Alabama.

Immediate scattano le operazioni di salvataggio. Gli americani non vanno per il sottile: hanno la ragione dalla loro. Non c’è pietà. La pattuglia somala intanto viene scaricata dagli anziani che vogliono i soldi. E ne vogliono tanti. Non quegli spiccioli strappati da quei disperati, nemmeno troppo in sintonia fra loro. Perché perfino una comunità così ristretta, in circostanze così delicate, riesce a finire dilaniata fra sé e sé. Il capo, Abduwali Muse, il più dialogante, viene inghiottito dalla violenza dei compagni. Drogati. Eccitati. Desiderosi di sangue. Soldi. E padroni dell’ostaggio.

Gli Stati Uniti non hanno pietà per chi esce dalla legalità. Non fanno eccezione quattro pirati in mutande senza benda e braccio a uncino. Senza bandiera nera con il teschio. Perché l’uncino costa troppo. Il teschio ognuno ce l’ha sul collo e la stoffa, benché poca, serve per coprirsi. Il comandante Phillips, un maturo Tom Hanks, cerca di ridurli alla ragione, ma l’incrociatore non avrà pietà di quei derelitti. Con uno stratagemma, Muse verrà attirato sulla nave, per contrattare un riscatto tanto spropositato quanto improbabile. E solo lui non intuisce l’inghippo. Si ritroverà alla sbarra. Alla corte di New York. Tra lo stupore generale e generalizzato. I topi d’archivio e gli appassionati degli annali devono retrocedere fino al 1861 per trovare un processo per pirateria negli States. In tribunale finì un gruppo di marinai del mercantile confederato Savannah. Stavolta c’è un solo uomo Abduwali Muse, nato a Mogadiscio forse nel 1990. Una presunta età di diciannove anni all’epoca dei fatti.

Il sequestro della Maersk Alabama durò quattro giorni, dall’8 al 12 aprile 2009. Muse fu condotto davanti al giudice il 22, una rapidità tipica di casa nostra, insomma. Rischiava l’ergastolo, il giovane sequestratore accusato di pirateria navale. Se l’è cavata con 33 anni di carcere.

 

Il film, costruito sulla scorta del libro che lo stesso Phillips ha scritto raccontando la sua vicenda, ha lo scrupoloso scandaglio della ricostruzione, pur senza sfociare nel documentario, un genere non sempre amato da tutti. Cronaca e avventura, insomma si mescolano in un tutt’uno che spiega e informa con il rigore scientifico della vita che si fa storia. Paul Greengrass (The bourne ultimatum – Il ritorno dello sciacallo, The bourne supremacy) è un estimatore di questa tecnica e dei registi che l’hanno usata come il Costa-Gavras di Z, l’orgia del potere, il Rossellini di Roma città aperta, il Pontecorvo della Battaglia di Algeri. Vette che nulla hanno in comune con Captain Phillips, molto più modesto a paragone di quei celebrati titoli, ma pur sempre accattivante nel carattere e nella riuscita.

incorporato da Embedded Video

Tag: , , , , , ,