Puoi viaggiare nel tempo quanto vuoi ma non puoi costringere qualcuno ad amarti

 

 

 

 

 

Era uno di quei maledetti Capodanni. Tappi che saltano. Champagne che lanciano le loro bolle brillanti verso l’alto. Trombette che spernacchiano felicità fasulle, convinte che il domani sia sempre e solo miniera di gioia. E lo è in egual misura in cui è anche riserva di tristezza, però. Ma in quell’attimo – non importa con chi e perché – schioccano baci veri dal retrogusto finto. Baci appassionati. Baci sensuali. Come se fosse per sempre. Invece è solo per quella volta lì. E quando da quella volta lì si arriva a “per sempre” si scopre di non aver mai desiderato tanto un bel riavvolgimento a quella volta lì e tanti saluti. Stavolta sì, per sempre.

E’ un meccanismo artigianale e rudimentale, quello della macchina del tempo, ironicamente e satiricamente sfruttato da registi di ogni epoca. Letterati. E fantasiosi vari. Questione di tempo, ultima fatica di Richard Curtis – Love actually, Notting hill, Quattro matrimoni e un funerale – rispolvera quel sempre simpatico trucchetto per risolvere i problemi di Tim (Domnhall Gleeson di Harry Potter), un imbranato cronico con le ragazze e non solo, al quale il padre rivela che agli uomini della sua famiglia è toccata questa sciagura. Poter rivivere ogni momento della loro vita. Un rewind accelerato. Come se la quotidianità fosse un nastro riscrivibile. Una pellicola proiettabile. E si potesse scegliere a piacere l’esatto ciak di ogni singola scena.

Il protagonista, inizialmente curioso e un po’ schifato, decide comunque di avventurarsi nel magico mondo del “si rifa”. E si sorprende nell’accorgersi che in quell’ineffabile balzo indietro resta un incolmabile e imbarazzante divario di conoscenza. Egli infatti conosce già le coordinate della persona con cui ri-costruisce un incontro, ma per l’altro quella seconda volta è in realtà un’inedita prima volta. Come con Mary (Rachel McAdams di Midnight in Paris di Woodie Allen e To the wonder di Terrence Malik)avvenente fanciulla del destino. Gli equivoci insomma si accumulano e si accavallano. E se da un lato offrono a Tim il destro per correggersi e correggere, con un bianchetto invisibile, gli errori dei propri e altrui giorni, dall’altro lo convincono dell’inutilità di quella macchina del tempo. O meglio, dell’utilità parziale. Troppo parziale per essere realmente necessaria.

Un marchingegno da buttare, insomma. Una macchina di illusioni di plastica. Di regali affidati a mani anonime per palati anonimi. Un tutto che riveste la sostanza del niente. Perché in fondo non sarà mai quell’apparecchiatura intelligente a orientare il senso degli eventi nella direzione voluta da chi la aziona. La vita, in buona sostanza, mantiene inalterata la sua corsa. E pure i suoi verdetti. Conseguenza dei gesti dei protagonisti, ma mai del tutto modificabili a propria immagine e somiglianza. A proprio piacimento. E il volere della sorte non è mai assente in questa commedia divertente e rilassante che, dietro la faccia sbarazzina e una risata a tutte labbra, non dimentica mai di sottolineare che l’uomo è faber fortunae suae, ma fino a un certo punto.

Tutti gli attimi – soprattutto i più brutti – possono essere visti e vissuti anche in modo meno tragico di quanto noi siamo portati spesso a fare. E l’imprevisto spariglia il banco e forse è l’unica vera occasione in cui una persona si dimostra realmente faber fortunae suae. E che sì, diciamocelo, anche certe tragedie – con l’aiuto di quella macchina del tempo che per noi umani è talvolta una semplice prospettiva – sono riciclabili in una forma meno sgradevole. E riuscire nell’impresa. Accorgersi che non è impossibile. E anche un Tim qualsiasi può farcela. Questione di tempo la butta sul ridere e il gusto dei flashback anima e sostiene l’intelaiatura. Si finisce in un frullatore nel quale lo spettatore non perde mai la bussola né le coordinate. Anche perché forse è solo… questione di tempo.

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