Abbiamo un tempo, commissario, poi mia figlia morirà. Ecco perché non posso aspettare…

 

 

 

 

Due bambine svaniscono nel nulla. Triangolo delle Bermude in superficie. Uno dei milioni di triangoli delle Bermude sopra il pelo dell’acqua. A tutte le latitudini. Prigionieri oscuri, improvvisamente precipitati nell’abisso della non conoscenza. Carceri a cinque stelle nelle stanze ovattate di anonime villette. Carceri a forma di cantine per piccole recluse. Destinate a divenire oggetto dell’altrui tortura. Sadico piacere del bruto. Sadico gusto del vile. Non c’è ombra di pedofilia in Prisoners di Denis Villeneuve, ma è presente – fortemente – il peso del male. Alla periferia di Boston, due bimbe scompaiono durante i giochi del pomeriggio ai giardini. Anna è bianca, Joy è nera. E nessuno è in grado di trovarle. Il detective Loki (Jake Gyllenhaal), incaricato del caso, intuisce subito le difficoltà che si legano alla tragedia. Già nei primi interrogatori si rende conto che il padre di Anna (Hugh Jackman) è tipo tosto, di quelli che si fanno giustizia da soli. E come in ogni delirio che si rispetti, il primo sospettato è in realtà già un condannato a tutto tondo.

Inutile aggiungere che le cose non stanno affatto così, Prisoners è uno di quei gialli thriller che stanno in piedi da soli. E non finiscono forse neppure quando sono finiti veramente. Quando le luci in sala si riaccendono sulla quotidianità di ogni spettatore. Così l’accanimento del genitore disperato, che si dà ore contate per ritrovare la figlia, si scontra con un’innocenza fin troppo facile a prevedersi, mentre troppi volti strani e straniti si succedono in un paese, improvvisamente sconvolto da quel duplice sequestro, che resta avvolto nell’alone impenetrabile dell’enigma. Mentre il capo della polizia, dal pancione apatico e altezzoso, guarda con distacco un mistero cui si rassegna e non lo appassiona, vengono lentamente a galla i segreti di ognuno. Tra le infinite difficoltà legate ai caratteri e alle diverse reazioni.

Madri in preda a paura e depressione. Genitori abbandonati alle lusinghe dell’alcol e ad accessi violenti. Fratelli e sorelle disperate che se la prendono senza lucidità con bersagli volta a volta diversi. Ragazzi che nascondono ombre del passato. Vecchie vedove solo apparentemente rappacificate con il destino. Atteggiamenti all’apparenza inspiegabili che il finale riuscirà fatalmente a chiarire in ogni dettaglio e sfumatura. E non sarà facilissimo intuire il movente che squarcia il velo sulle due bambine scomparse e sull’universo mondo bostoniano che si affligge per loro.

Prisoners è un thriller di buon livello che non si attorciglia su toni granguignoleschi per lasciarsi guardare dai tanti dracula della celluloide. Ha una trama avvincente e una chiave che non è soltanto la soluzione del rebus, ma assomiglia a una sorta di conclusione moralizzatrice. L’incitamento all’odio non ricompensa chi lo alimenta. E chi avrà rapito le bambine verrà smascherato. E punito. La mannaia vendicatrice cadrà sulla testa di chi avrà voluto fare di Dio un ostaggio. Prisoners si addentra anche in un versante religioso, contaminando un gesto ignobile, come sequestrare due bambine, con una forsennata rabbia contro l’Onnipotente per le sofferenze imposte. Il desiderio ambizioso di attirare su quel Dio l’ira funesta di chi è felice, spinge a concepire ed attuare quell’ignobile rappresaglia che vuol fare dell’umano e del divino i bersagli di una strategia nichilista.

Oltre due ore e mezzo con il fiato sospeso, dunque, per scoprire il mistero di Anna e Joy che trascinano nell’abisso della loro disperazione molti altri abitanti di quell’apparentemente tranquilla periferia americana fatta di villette. Case diroccate. Grigi falansteri. E una crudeltà che s’impossessa perfino degli animi buoni. In teoria.

 

 

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