Per i bambini dell’Africa il latte adulterato è meglio che nessun latte. Inganno. Il gioco si chiama così…

 

 

 

Il menu è di quelli indigeribili. Pesce radioattivo. Costolette di maiale all’uranio. Latte in polvere adulterato. Succhi di frutta avvelenata. Dicono che nel terzo millennio si muoia anche per questo. Ingredienti di scarsa qualità. O addirittura, chimica assassina. Sul banco degli imputati c’è una popolazione mondiale in crescita costante. Secondo le stime, nel 2040, la popolazione mondiale sarà passata dagli attuali sette miliardi, a nove. La richiesta di cibi in quantità così elevate non può sottrarsi alle alchimie, soprattutto quando – dietro queste – stanno gli incassi vertiginosi di multinazionali senza scrupoli. La frontiera della criminalità in doppiopetto – che si chiami Cosa nostra, Yakuza o mafia cinese – non è più quella di droga e prostituzione. L’indotto maggiore viene dall’alimentazione.

Something good prodotto, diretto e recitato da Luca Barbareschi, su uno spunto tratto dal volume Mi fido di te di Francesco Abate e Massimo Carlotto, pubblicato da Einaudi, affonda il coltello in questo mondo sommerso della frode alimentare. Tentacoli. La piovra in tavola. Sulla nostra tavola. Su qualsiasi tavola. Matteo (Luca Barbareschi) è l’ambizioso e spietato figlio di un ristoratore milanese che, alla morte del padre, vende il ristorante e pilota la vendita di cibi contraffatti. Presto sale nella graduatoria della malavita organizzata e, per sfuggire alla polizia italiana, ripara a Hong Kong. La sua mancanza di scrupoli, unita a grande fantasia delinquenziale, lo proietta ai vertici di un colosso del cibo alterato dagli occhi a mandorla. In città conosce una donna che sopravvive in un piccolo locale aperto dopo la morte del figlio, avvelenato da una bevanda “corretta”. Vuole offrire cibi “puliti” ai suoi ospiti perché nessuno debba più rischiare la vita. Ma i clienti sono pochi. I debiti infiniti. Le banche la strozzano. E rischia la chiusura.

Matteo ignora tutto questo, ma di quella modesta cuoca si fida e s’innamora. Arriva a pagarle il fido e la tranquillizza. “Non voglio un alibi in cambio. L’ho fatto per egoismo. Voglio tornare a mangiare qui”. L’uomo viene quindi incastrato in un delitto mai commesso dal quale quella cinesina di sani principi morali tenta di scagionarlo fornendogli una versione che lo scagiona dalle accuse. Ma non del tutto. Le sue responsabilità sulla vendita e lo smercio di cibi adulterati verrà a galla come anche le colpe degli omicidi commessi. Il film ha diverse chiavi di leggibilità. E’ in parte un giallo, in parte spionaggio industriale. E’ a suo modo sentimentale, ma anche drammatico. Insomma ha varie sfaccettature e un difetto di fondo. La prevedibilità. L’avventura è avvincente e la si guarda con interesse, ma non sorprende mai. Anzi, una volta addentratisi, non è difficile intuire come andrà a concludersi.

Tuttavia ha il pregio di introdurre un tema sul quale il cinema non sempre insiste. L’uso del cibo contraffatto allo scopo di guadagnare ingenti quantità di denaro provocando indirettamente la morte di innocenti e inconsapevoli consumatori. Il tema sta già nelle cronache. Era il 2008 e il latte adulterato provocò l’avvelenamento di 300mila bambini cinesi di cui sei morirono. Secondo il ministero dello Sviluppo economico, il danno dovuto alla contraffazione alimentare nel mondo è stimato in circa 1700 miliardi di dollari. Un piattino succulento che la criminalità non rinuncia ad accrescere. Il film di Barbareschi non è certamente un’inchiesta, ma solo avventura. E, a suo modo, immaginazione. Non è invece immaginazione la triste presa d’atto della superficialità dei clienti dei ristoranti, sottolineata chiaramente dalle immagini. L’attenzione a un ambiente suggestivo e accattivante si accompagna a una distrazione totale dall’effettiva qualità dei cibi ordinati, cucinati e portati in tavola. L’ondata di denaro che Matteo riversa sul locale della donna è a suo modo una piccola morale immorale. Una pioggia di bigliettoni può “comprare” anche l’alimentazione. E il glamour di arredi intriganti può rendere appetibile ciò che prima non stuzzicava il gusto. Palato tradito dall’occhio. Ma frode per tutti.

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