Il valore più grosso sono il lavoro e la famiglia…

 

 

 

 

Anno del Signore 1977, Italia. Pieni anni di piombo. Maggio 2013, praticamente l’altro ieri. In mezzo, tre decenni e qualcosa più di un lustro. In sintesi, uno stralcio di vita. La nostra. Vita condivisa. Vicende sociali e politiche di un popolo di navigatori, poeti e santi. Benché, di ciascuna delle tre categorie, gli epigoni siano davvero rari. Quotidianità e quotidiane difficoltà viste dagli occhi modesti di uno come tanti. Uno dei tanti. Un mediano, per dirla con Ligabue. Uno di quelli che vince – casomai – i mondiali… L’ultima ruota del carro, per dirla invece con Giovanni Veronesi, cui si deve tra gli altri Che ne sarà di noi, Manuale d’amore e Italians.

Alessandra Mastronardi ed Elio Germano

Storia nostrana vissuta sulla pelle di Marchetti Ernesto (ovvero Elio Germano), per gli amici Erné. Alla romana. Di professione, tutto. Tappezziere. Cuoco all’asilo. Traslocatore. Uomo di fiducia e di fatica. Colletto bianco al Psi. Candidato alla morte per tumore polmonare, se non fosse che – grazie a Dio – anche i medici sbagliano. E se i loro errori aprono il cuore per lo scampato pericolo, fanno infuriare per il puro terrore conosciuto. Ernè che resiste. Ernè che diventa nonno. Ernè che gratta e vince, ma la moglie – l’adorata Angela – gli ha buttato via la schedina vincente. Ernè che ama. E a quella donna (nella finzione, Alessandra Mastronardi) perdona tutto. Anche una fortuna gettata in spazzatura perché, in fondo, loro, la lotteria l’hanno vinta quando il figlioe la nuora raccontano un segreto. “Aspettiamo un bambino”. E la rabbia di quell’uomo stravaccato tra le mosche, frugando nell’immondizia, si trasforma nel sorriso più tenero.

Ricky memphis ed Elio Germano

Ernè è tutto qui. E forse la sua, pur singolare e individuale avventura umana è quella comune a molti altri Erné, disseminati chissà dove. Mediani e ultime ruote del carro, che hanno portato sulle spalle il peso di giorni difficili. Combattendo in quella quotidiana trincea che si chiama vita. Inseguendo chimere. Rincorrendo ambizioni. E imbattendosi in pochi santi e tanti manigoldi. Il “toscano”, ad esempio. Lo specchio di quanti fra noi hanno ceduto alle lusinghe del nulla. Sono finiti dentro. Poi, ai margini. Immagine distorta e confusa. Contorni sbagliati di noi. Intorno a Ernè c’è l’Italia che fatica, insomma. L’Italia del posto fisso. L’Italia che si sposa e non può permettersi lune di miele. L’Italia che i Mondiali li vince davvero. E urla alla tv. L’Italia dell’omicidio Moro. L’Italia in bianco e nero. L’Italia di Tangentopoli e dei politici corrotti. L’Italia della seconda repubblica. L’Italia della svolta.

Italia nostra.

Alessandro Haber

L’ultima ruota del carro è uno spaccato di quello che noi italiani, a diverso titolo, siamo stati in trentasei anni zeppi di tutto. Visti e vissuti dalla coda del gruppo. Da chi spesso non ha voce. Non ha capitolo. Né parte in causa. Da chi non ha diritto a urlare rabbia. Per codice e convenzione stabilita. Illustri nessuno, dimenticati da soloni e tuttologi. Grida del travolto alle promesse di un riscatto sociale sempre abortito. Il film di Veronesi mette in fila il politico spregiudicato (Sergio Rubini), l’artista avanguardista e pazzoide (Alessandro Haber), lo spiantato che non rinuncia alla scalata (Ricky Memphis), la donna alto borghese e, per molti versi, rappresenta l’ideale seguito di un’opera di recentissima uscita, Anni felici di Luchetti che invece si era concentrata su quei mitici Settanta, ripercorrendone trame e sensibilità, fra ricordi e ricostruzioni di un come eravamo sul filo della memoria.

Ernè (Elio Germano) e la fortuna buttata via

Ora Veronesi, forse con scientifica precisione,  si riallaccia e si riaggancia proprio là, dove Luchetti ci aveva lasciato. Alle soglie degli anni Ottanta. Per muovere i primi passi proprio da quella difficile Italia che lotta contro il terrorismo e le Brigate rosse. E vive un secondo miracolo economico travestito da un edonismo reaganiano all’amatriciana. Un’Italia capace di scavalcare il millennio, ma poco sorprendentemente si scopre intenta a litigare con i politici. Come sempre. E, come sempre, disposta a lasciarsi sedurre dalle fascinose moine della malinconia. Della nostalgia. Del retro sguardo a un mai dimenticato ieri. Quella di Marchetti Ernesto, per tutti Ernè, è storia vera. L’autista di produzione di Veronesi – al secolo Ernesto sì, ma Fioretti – sostiene di aver avuto una vita da film e forse è vero. Ma tante, troppe altre vite da film si nascondono nel sottobosco dell’Italia che non conta nulla. E nessuno ha mai voluto guardarle. Tanto meno farci un film. Mille film. A loro andrebbe forse realmente dedicata una pellicola che le rappresenta nella loro multiformità.

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