Non potrai mai sentirti al sicuro nelle mani di una donna

 

 

 

 

In principio era il masochismo. In principio era il sogno. Venere esisteva solo lassù, nella sfera onirica. Dimensione irraggiungibile. In principio era Leopold von Sacher-Masoch e il suo era un romanzo erotico. Correva il 1870. E il feticismo era molto più che semplice trasgressione. Tanto meno era un modo di intendere un’attrazione o una relazione sessuale. Venere in pelliccia era un racconto autobiografico, la storia di un’astrazione che il protagonista racconta a un amico, confessandogli quel desiderio insano di provare piacere nel sentirsi schiavo di una donna. Fino a demolire sé stesso. In principio era il masochismo. Appunto.

E venne Lou Reed. E fu una canzone. Venus in furs. Era passato quasi un secolo. Era il 1967. Fu il brano principale del disco d’esordio dei Velvet underground & Nico, di cui l’eccentrico cantante era il trascinatore. Si trattava del primo brano di musica rock su una relazione fra due amanti in rapporto padrone-servo. E anche per quei tempi fu un gesto di rottura. Lou Reed ha un ruolo particolare, incita gli amanti. L’ossessione è palpabile. Il gioco d’amore non è semplice erotismo, ma una via di fuga a una tranquilla e monotona vita borghese senza sussulti.

Poi toccò a Jesùs Franco. Due anni dopo, il 1969. Stavolta Venus in furs è il titolo originale di un film che in italiano suona come Paroxismus – Può una morta rivivere per amore? Un trombettista è ossessionato dal fantasma di una ragazza assassinata. Solo una volta che, dall’Aldilà, la vittima farà giustizia dei carnefici troverà la pace. E l’artista con lei.

Polanski – di profilo a sin – con i due attori sul set

L’ultima Venere in pelliccia l’ha rispolverata Roman Polanski. Ma non si tratta di un calco passivo. Tanto meno una squallida e impersonale copiatura cinematografica. Dopo una giornata di audizioni teatrali insoddisfacenti per la ricerca della protagonista femminile, un regista (Mathieu Amalric) viene sorpreso da un’attrice ritardataria (Emmanuelle Seigner). Il look è discinto. La donna è sboccata. Il contrario di ciò che sta cercando. L’ennesima delusione. Eppure quella fanciulla sa come rendersi gradevole. E’ intraprendente. Ha simpatia. Fascino. E convince quel regista a farle sostenere comunque la prova. Diventerà la sua ossessione. Lo irretirà. Lo trasformerà nel suo servo. Schiavo. Strumento del suo piacere. Poi si dissolverà. Andandosene. Come un sogno. Come in un sogno.

Questo film di Polanski si inserisce nel filone delle pellicole “claustrofobiche”, cui appartengono soprattutto La morte e la fanciulla e Carnage. Due soli attori in scena per tutta la durata della pellicola, girata interamente in interni, in un teatro. Le uniche riprese in esterno sono l’apertura e la chiusura con la soggettiva della protagonista femminile che arriva in sala – in avvio – e il suo andarsene conclusivo.

Ricco di citazioni che fanno esplicito e diretto riferimento all’antecedente musicale di Lou Reed e a quello letterario di Sacher-Masoch, Venere in pelliccia è disseminato di richiami alla Bibbia e al mondo pagano ed è costruito su due piani che si intersecano continuamente fra loro. Vita e finzione teatrale. L’alternarsi e il perpetuo incrociarsi di entrambi consente a Polanski di mostrare difficoltà, passioni e anomalie di un rapporto d’amore di coppia. O semplicemente il mistero di quel legame. Secondo il regista, “ogni rapporto fra uomo e donna, benché armonioso, ha in sé il germe della farsa o della tragedia”. La realtà del mondo chiuso dove esso ha luogo – il teatro – è una metafora del rapporto a due nella sua unicità. Caso esemplare. Caso esemplificativo. Predominanza. Subordinazione. Accettazione dell’altrui volontà. Ricerca del piacere. Versanti ora propri della tragedia in prova che quel regista teatrale mutua dal romanzo, per trasferirli sul palcoscenico. E versanti destinati a far parte della vita quotidiana. La donna tiene in scacco quell’uomo. E’ la fonte del suo appagamento, in quanto padrona nella finzione teatral–letteraria, ma lo è ugualmente nei giorni quando, usciti per un istante dall’astrazione recitativa, spinge il regista a telefonare alla fidanzata per annunciare che sarebbe rimasto fuori per la notte. La comunicazione è stringata. Succinta. Al limite dell’indispensabile. Quasi emblematica di un sequestro di persona. E l’uomo eseguirà. Marionetta nelle mani del suo burattinaio.

Fino al ribaltamento delle parti. Quando l’attrice capovolgerà i piani e, pur lasciando che realtà e finzione continuino ad accavallarsi, tenderà a ricoprire lei stessa il ruolo maschile facendo provare a quel partner, ormai irretito e in suo totale potere, l’ebbrezza di dominatrice e dominata al tempo stesso. Gli metterà tacchi a spillo. Gli applicherà il rossetto sulle labbra. Fino a legarlo, mani e collo, con i collant. E’ l’immagine del possesso. Totale e indiscriminato. La donna come approdo di piacere. Mezzo di piacere. La donna come padrona. Personalizzazione del peccato. Evocazione della tentazione. Eva biblica che tiene in scacco un succube Adamo. “E l’Onnipotente lo consegnò nelle mani di una donna”. La stessa che avrebbe precipitato nel peccato il genere umano.

Lettura biblica che si alterna alla pagana immagine dell’attrice nelle vesti di una Baccante, “sacerdotessa” del culto di Dioniso, il Bacco dei Romani, nella frenetica e invasata danza che si alterna, come nell’altra ambivalenza realtà-finzione, nella doppia faccia del versante religioso. Una prospettiva sottolineata anche dalla pioggia temporalesca che accompagna la giornata del regista e dell’attrice. Nella simbologia di Polanski l’acqua, emblema di femminilità e fertilità, ha la funzione di una purificazione non sempre obbligatoriamente raggiunta. In Venere in pelliccia sono i sensi e la volontà di dominazione a pretendere la necessità di emendarsi. Infine il rosso, tinta con cui il regista francese di origini polacche sottolinea la predominanza della donna. Nel film lo si nota strategicamente nel rossetto, usato, modellato e dosato sapientemente da Emmanuelle Seigner su sé stessa che, non a caso, lo applica anche sulle labbra del suo partner, nel momento in cui egli recita in panni femminili.

E l’Onnipotente lo consegnò nelle mani di una donna…

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