Sono stufa di vedere mia madre che ogni tre anni cambia fidanzato

 

 

 

 

Il passato è una valigia lasciata in cantina. Una valigia chiusa, che un giorno qualcuno viene a riprendersi. E se la porta via. Non senza averla aperta. Spalancata. Non senza averne estratto l’anima. Che non pesa un grammo al check in. Ma vale giorni. Mesi. Anni. E il gravame di sensazioni mai smaltite. Mai – appunto – passate.

Il passato è ieri che diventa oggi. Presente storico. Iterativo transito che collega come eravamo a come siamo. Un siamo che forse non saremmo mai, se non ci fosse stato quell’eravamo. Un cordone ombelicale che porta con sé lacrime e medaglie. Sorrisi e rancori. Se non contro le persone, contro gli errori. Contro il destino. Furto atroce di brandelli di cuore. Agile lestofante di beni non alienabili. E dolore.

Il passato di Asghar Farhadi parte da una valigia che non arriva. Un uomo (Ahmad) che ritrova la donna sposata anni prima. E’ decisa a fargli firmare le carte del divorzio per poter sposare la sua nuova fiamma, un giovane con un bambino e una moglie in coma. Ahmad scoprirà i misteri di quella casa in cui le due figlie della donna (Bérénice Bejo) entrambe di un altro padre, mal tollerano quel nuovo arrivato. La maggiore sceglie l’esilio. Torna quando non può farne a meno. Ma più che al padre biologico si confessa con quel padre adottivo che le ha sempre dimostrato amore. Prima di ripartire con la propria valigia in cui chiude il passato, Ahmad cercherà di aggiustare quegli equilibri a pezzi. Frantumi di vita. Brandelli di sentimenti. Tensioni subliminali crescenti e affioranti a fil di nervi. Comprenderà l’odio di quella ragazza per l’uomo che ha messo incinta sua madre e lo accusa di aver indotto al suicidio la propria moglie. Si calunnia perfino, attribuendosi la colpa inesistente di aver fatto avere a quella donna le prove della liaison tra sua madre e quello che sta ora diventando suo marito. Passi verso la bigamia di un uomo, non ancora vedovo, in procinto tuttavia di legarsi matrimonialmente a un’altra donna.

Ahmad, l'uomo della pace e del divorzio

Ahmad perde la valigia che contiene il suo presente, fatto di regali per le ragazze e l’ex moglie. Lo ritroverà rotto. Scardinato. Forse nemmeno integro al suo interno. Lo troverà saccheggiato dalla curiosità dei bambini. Invaso dalla loro candida e innocente intrusione. Ritroverà le valige intonse del proprio passato nella cantina di quella casa che fu anche sua. E ripartirà, trascinandole con sé, consapevole che nulla di quello che fu potrà mai essere restaurato o aggiustato.  Eppure Ahmad cerca di aggiustare tutto quello che può. Simbolicamente, il lavandino che perde. O la vernice sparsa sul pavimento da piedi distratti. In realtà tentando ogni sforzo per ricomporre quella frattura profonda tra madre e figlia. Divise da un fidanzato che, per una volta, non è quello della più piccola, ma della più matura. Ci prova, Ahmad. E scoperchia tensioni che solo nel loro esplodere possono preludere alla ricomposizione delle ferite.

Padre e figlio con la mamma in coma

Ahmad è lo straniero che entra in un consorzio umano in cui egli è il diverso. Altro. E’ l’iraniano nella comunità di francesi e di franco qualcosa. Come il nuovo fidanzato di quella donna irrequieta, negli affetti e nella pazienza. E’ un catalizzatore, a suo modo. Mette gli altri in condizione di parlare. Confidare. E confidarsi. E un altro straniero, quello che ha preso il suo posto, è colui che custodisce il segreto. Fatto di ombre. E’ la pietra dello scandalo. Quello che disfa quel poco di unito che trova. Un uomo al bivio. Difende quella maternità all’orizzonte, mentre il figlio lo pone faccia a faccia con l’eutanasia. Un coma che non si sa se si coniughi con la vita o con la morte. Il volto di una donna che non vuole più vivere. Priva di reazioni e di futuro. Senza memoria. Né consapevolezza di sé. Si affida perfino agli odori. Memoria olfattiva. Per accorgersi che lo zero non ha confini. Come l’infinito. E’ un contenente, non un contenuto.

Bérénice Bejo

Farhadi non risolve, denuncia. Mette il protagonista davanti al problema, non offre chiavi di verità. O di giudizio. Le storie del regista franco iraniano nascono intorno a un nucleo e su questo si attorcigliano altri spunti. Altre idee. Il passato è un film di scandaglio introspettivo nell’animo e nei caratteri dei personaggi. Profuma di sana psicologia ruspante, lontana dai sapienti dell’analisi. Laddove la vita dell’uomo assomiglia al postulato di un problema. Non sempre alla sua soluzione. E colpisce, nel profondo dell’angoscia, la mancata felicità di tutte quelle vite che si incrociano e confluiscono in un più ampio e grande fiume narrativo. Se il passato è dolore, il futuro non ha prospettive di serenità. Adulti. Adolescenti. O bambini che siano. Il cupo tunnel inizia qui.

Un’altra particolarità del Passato è la macchina da presa. Ferma. Punta il suo occhio su quei protagonisti, intrisi di dolore. Desiderosi, ma incapaci, di capirsi. Scruta. All’interno degli animi. E dei cuori. Una differenza sostanziale con Una separazione – valso a Farhadi l’Oscar come miglior film straniero – dove la macchina era mobile, cogliendo gli attimi di una vita comune perfino sull’orlo del suo interrompersi.

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