-Comprerò una pistola automatica…

-Non potresti comprare un cellulare così potrei chiamarti…

-Troppo pericoloso.

 

 

Cina. Anno del dragone. Ma potrebbe essere qualunque anno. Non però qualunque luogo. C’era una volta Mao. Una volta. Oggi ufficialmente non è cambiato nulla. A Pechino è ancora in vigore la repubblica popolare. La stessa del grande timoniere. Ufficialmente. Di fatto non c’è più nulla di uguale. Il capitalismo ha ormai messo radici. La libertà di pensiero non è forse a 360 gradi, ma poco conta. La trasformazione da un regime comunista intransigente a una forma di comunismo annacquato che tollera la circolazione di capitali, uomini, donne e investimenti occidentali, non è stata una rivoluzione che abbia portato morte. Finora. La deriva è iniziata adesso. E la lama affonda. Nelle carni della nazione più popolosa. Nelle membra di un Paese tra i più grandi del mondo. Dove i sobborghi della capitale contano come una metropoli di casa nostra. Almeno demograficamente. Il pugnale affonda. Lacera muscoli e disfa i legamenti. E’ pianto a mandorla.

La mite Cina, che rifiuta le guerre e opta per la pace e sorrisi idioti, sa di sangue. E di sofferenza. Trova libertà sorprendenti. Si accorge che la briglia è lenta. I colpi bassi sono all’ordine del giorno. Talvolta sono la norma. E la necessità. Talvolta sono sopravvivenza. Talvolta è fame di guadagno. Voglia di dare un calcio a una povertà mai del tutto debellata. E la mite nazione si armò… Il tocco del peccato di Jia Zhang-Ke racconta quattro storie di morte nella Cina del dragone. Disperazione e lotta. Ribellione. Ira. Tracotante affermazione di sé. Violenza, in una parola.

Un minatore, stanco dei soprusi della classe dirigente del villaggio, corrotta e ricca a dispetto delle indigenti benché dignitose condizioni degli abitanti, decide di fare giustizia. Stufo di assistere alle aggressioni di sbandati rapinatori, pronti a uccidere per pochi spiccioli, decide di imporre la sua legge. Imbraccia così un fucile e, dopo aver inutilmente tentato di convincere i colpevoli a restituire quanto indebitamente sottratto, li ammazza senza esitazione.

Un emigrante torna a casa per Capodanno, proprio nei giorni del compleanno dell’anziana madre. Ritrova le consuete difficoltà finanziarie familiari. Le divisioni economiche. Ferite sanguinanti in una comunità dilaniata nel cuore, prima che nei fatti. Scopre che le armi non servono solo a sparare e ucciderà una donna e il marito per rapinare i soldi appena prelevati in banca. Impunemente. In strada. Senza vergogna. In mezzo alla distrazione generale.

Un’avvenente commessa al ricevimento in una sauna ha una difficile ma profonda relazione con un uomo sposato e cede ai nervi, superando ogni limite, quando un ricco cliente tenta di sedurla, offrendole denaro. Inizialmente rifiuta spiegando che il suo ruolo è diverso e le massaggiatrici lavorano al piano superiore. L’uomo si fa più insistente, tracotante e la aggredisce. La donna a quel punto, dopo numerosi tentativi di mandarlo via chiudendogli in faccia la porta, sfodera un coltello e lo colpisce ripetutamente a morte.

Un giovane operaio cambia più volte lavoro, convinto di raggiungere una vita più agiata. In un night club si innamora perfino di una entraineuse, ma viene respinto perché la donna, già con un figlio nato per errore, non può permettersi di cedere ai sentimenti. Deluso, trova un nuovo impiego, ma le condizioni sono durissime e, in preda allo sconforto e alla depressione, si uccide gettandosi da una finestra.

Tutti e quattro gli episodi sono ispirati a recenti fatti di cronaca – realmente avvenuti nello Shanxi, a Chongqing, nello Hubei e nel Guandong – che hanno sconvolto l’intera Cina. Nel Paese, lontano dall’essere preda di una criminalità senza regole, strisciano le armi. Vi si affidano soprattutto i deboli, alla perenne riaffermazione e riconquista di una dignità loro negata. Il film di Zhang-Ke ha il tenore cupo di un ritratto denuncia dove non c’è spazio per la minima forma di ottimismo.

Il tocco del peccato non mostra prospettive di serenità, ma solo angoscia per una disparità sempre maggiore tra poveri e ricchi. Dove il tenore dei primi è leggermente migliorato, mentre i secondi hanno moltiplicato esponenzialmente le loro sostanze. E possiedono perfino aerei personali in confronto a chi ha soltanto una scodella di riso. La pellicola appare come un autentico viaggio nel tunnel della disperazione. La giuntura fra i diversi episodi non esiste e non se ne sente la mancanza. Le cesure sono rese sufficientemente chiare, grazie allo stacco sul nero, che disgiunge i vari momenti. La tensione è talmente alta che non c’è il tempo né il modo per distogliere l’attenzione e aspettarsi epiloghi diversi. Una prova d’autore che offre uno spessore di questa cinematografia anch’essa, come altri aspetti culturali, ingiustamente repressa e soffocata.

Ritratto in nero della Cina rossa.

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